Addio a volley e hockey in una città amara per tutto l’«altro» sport

Praticamente rasa al suolo. La Milano degli altri sport di fatto non esiste più. Nel giro di quindici giorni hanno alzato bandiera bianca anche la pallavolo e l’hockey ghiaccio. E la città sprofonda nel momento peggiore della sua storia cercando i colpevoli dappertutto, ma trovando solo disinteresse e alzate di spalle.
A fine maggio il de profundis per la Sparkling volley, avventura estemporanea fin che si vuole, tradita da Lapo Elkann (nominato presidente onorario e poi dileguatosi quando serviva un aiuto per trovare fondi), ma comunque ennesimo disperato tentativo di ridare una squadra di serie A alla metropoli in questo sport. Che ha sempre un gran seguito di pubblico, ma non trova la continuità necessaria per restare ai vertici. Nel giro di pochi anni ci hanno provato in due, l’Asystel di Antonio Caserta e la Sparkling di Claudio Giovanardi: entrambi si sono dovuti arrendere quasi subito, entrambi hanno alzato bandiera bianca puntando il dito soprattutto verso l’amministrazione comunale che non ha fatto nulla per aiutarli e anzi li ha gravati con affitti altissimi a fronte di impianti inesistenti. Basti pensare che in tutta Milano c’è solo il Palalido (costruito 50 anni fa per uno sport di altre dimensioni) che deve bastare per partite e allenamenti a basket e volley compresa la sua versione femminile. Altrimenti c’è il Forum, ma quella è una cosa da ricchi, abbordabile per Armani, ma non per le casse di una Sparkling qualsiasi.
Adesso chiude bottega anche l’hockey su ghiaccio. Dopo che per anni è stato portato avanti dalla passione e soprattutto dal portafoglio del suo presidente, Alvise di Canossa, un mecenate d’altri tempi che dopo aver sborsato qualcosa come 20 milioni in dieci anni, ha capito che era il momento di dire stop. «Inutile cercare di andare avanti in un progetto in cui non ti segue nessuno», e per nessuno intende la lega dell’hockey, sport storicamente a dimensione ultraprovinciale, la città, intesa come gli imprenditori che non gli hanno dato una mano, ma anche i comitati di protesta che hanno bloccato i lavori di miglioramento del nuovo palaghiaccio. Una città che se non ti è indifferente, riesce sempre a metterti i bastoni tra le ruote. Magari con il Comune in prima fila, un Comune che dopo 23 anni (con amministrazioni di tutti i colori) non è ancora riuscito a ricostruire un palazzo dello sport. Anche se in tutto questo tempo saranno stati presentati almeno cinque o sei progetti, ma tutto è rimasto regolarmente sulla carta e nelle conferenze stampa dei vari assessori.
Il tracollo di Milano, se non fosse per un signore di nome Armani che ha voluto regalarsi l’Olimpia, sarebbe totale: il rugby ha resuscitato qualche anno fa la vecchia Amatori, ma non riesce a salire dalla terza alla seconda serie; il baseball ha riconquistato la A2 un anno fa, ma è più impegnato a lottare con il Comune per utilizzare il Kennedy che a cercare una difficile salvezza sul campo; della pallanuoto non ci sono tracce a un certo livello da parecchi decenni; il football americano è ormai lontanissimo dai fasti degli anni pionieristici.
Eppure questa era la capitale dello sport italiano, è la città che vanta il maggior numero di scudetti (136 in 9 discipline contando solo quelli maschili), è l’unica che è riuscita a vincere quattro tricolori nella stessa stagione, anche se lontanissima (nel 1938 furono campioni d’Italia contemporaneamente l’Ambrosiana Inter nel calcio, la Borletti nel basket, l’Amatori nel rugby e l’Associazione Milanese Disco ghiaccio), è una città che ha trionfato tante volte in Europa. Ma questo purtroppo solo fino al secolo scorso, che sembra ormai lontanissimo.
Dalle ceneri della Polisportiva Mediolanum, l’ultima fiammata che cercò di rivitalizzare anche l’altro sport in città, non è più riuscito a risorgere nulla. Dopo l’avventura targata Fininvest, nessun altro ha mai deciso di muovere un dito per lo sport in città. E forse Milano sta pagando proprio questo, la totale assenza dei suoi imprenditori. O di qualche politico (sindaco e assessori vari) che si faccia carico di spingere le forze ecomoniche della città ad investire anche sullo sport che non sia calcio. Che è poi quello che hanno chiesto fino all’ultimo giorno i presidenti di volley e hockey. Inascoltati.