Addio a Zinoviev, l’uomo della katastrojka

Era nato nel 1922 in un piccolo villaggio russo. Madre contadina, padre imbianchino. Gli studi a Mosca, fino all’Università (Filosofia). Poi l’espulsione, dopo qualche parola di troppo sul regime staliniano. E quindi la guerra, come pilota. Dal 1954 al 1976, il lavoro all’Accademia delle Scienze, con molti libri e articoli di carattere scientifico. Nel ’70, il colpo di scena (si fa per dire...). Un suo libro pubblicato in Occidente, The Yawning Heights, fortemente critico nei confronti del sistema sovietico, gli procura l’espulsione dall’Accademia e la sottrazione di titoli e decorazioni. È la goccia che va traboccare il vaso di Alexandre Zinoviev, che abbandona il suo Paese e si trasferisce a Monaco di Baviera con la moglie e la figlioletta.
Zinoviev era un esule atipico. In lui l’amore per la patria non fece mai velo a una lucida interpretazione dei fatti. Anche di quelli verificatisi fuori dalla cappa concentrazionaria del regime. Infatti fu proprio lui a coniare, possiamo immaginare con quanto dispiacere, un vocabolo molto crudo: katastrojka. Lo ricordava l’anno scorso Andrei Graciov, politico, storico, scrittore, e soprattutto portavoce di Gorbaciov durante la perestrojka, in occasione del World Political Forum tenutosi a Torino per celebrare a livello mondiale i vent’anni del nuovo corso gorbacioviano: «Zinoviev, rappresentante dell’intellighenzia delusa, introdusse il termine katastrojka. Un sondaggio ha rilevato che inizialmente più della metà della popolazione era entusiasta dei cambiamenti politici; era felice di poter viaggiare liberamente, della libertà di stampa, della liquidazione della censura. Ma dopo due o tre anni è arrivato il conto da pagare per i disequilibri che si sono creati. Perché quando si rompe un regime autoritario, politico ed economico, s’installa il disordine e una società che non ha la formazione o la tradizione democratica interpreta la libertà come anarchia».
Zinoviev, dunque, non aveva digerito facilmente, più che la fine di un regime, la genesi di un nuovo sistema a suo parere eccessivamente occidentalizzato, piegato al volere dei «vincitori», prono nei confronti di un’altra cultura. Anche se andava fiero del suo essere cittadino del mondo. Diceva: «Io mi sono sempre sentito non soltanto un russo ma anche e soprattutto un europeo. E a chi mi chiede se sono uno scrittore russo, io rispondo che sono uno scrittore europeo, in particolare uno scrittore francese, visto che la Francia è divenuta la mia seconda patria».
Negli ultimi anni Alexandre Zinoviev, che fu professore di filosofia, era tornato definitivamente in Russia nel 1999 dopo oltre 20 anni d’esilio. E a Mosca, come ha subito precisato la moglie Olga, verrà sepolto. Per un ritorno definitivo fra le braccia della madre Russia. Finalmente in pace.