Adesso Bersani è nei guai: diviso tra Monti e i veti Cgil

Altro che vittoria per i democratici, il partito non riesce a tenere unite tutte le sue anime. E su welfare e pensioni non c’è linea comune

Roma - Gira una battuta molto anti-animalista, tra i fan del «governo del presidente» dentro il Pd: «Napolitano ha infilato tutti i tonni nella tonnara, e ora le porte si stanno per chiudere».
Per «tonni» si intendono i partiti, e il Pd in primo luogo. Che sognava di nuotare nella corrente verso le elezioni anticipate, vedendo ormai a portata di mano la vittoria del trio Bersani-Vendola-Di Pietro, e si è trovata la strada sbarrata dai richiami severi al «senso di responsabilità» arrivati dal Colle. Il segretario del Pd lo dice chiaro, intervistato da Repubblica: «Potevamo vincere, ma avrei trionfato sulle macerie», e tutti oggi nel partito rendono omaggio alla sua «generosità».
«È chiaro - ragiona dietro giuramento di anonimato un dirigente Pd che ben conosce gli umori del Quirinale - che Napolitano vedeva con estrema preoccupazione la possibilità che il disastrato governo Pdl-Lega venisse sostituito da una coalizione Pd-Sel-Idv-Cgil: e non solo perché non corrisponde certo ai suoi gusti politici, ma soprattutto perché il terremoto sui mercati sarebbe subito ripreso». Il governo Monti, insomma, è stato immaginato per rispondere all’emergenza economica quanto a quella politica. E se durerà tutta la legislatura (cosa di cui i suoi supporter nel Pd sono convinti) farà da levatrice a scenari molto diversi dagli attuali.
Di Pietro e Vendola lo hanno capito, e sanno che per tutta l’ala «destra» del Pd il governo Monti è anche un mezzo per togliersi per sempre dalle scatole loro; e per questo si tengono ben stretti a Bersani e lanciano cauti segnali d’apertura al governo tecnico. Un Monti boy di prima fila come Sandro Gozi, che del Professore è stato collaboratore a Bruxelles, spiega: «Monti userà la stessa tattica che usava nella Ue: per far passare una riforma bisogna dare un colpo a sinistra e uno a destra. Farà subito la manovra e ci sarà la patrimoniale ma pure il taglio delle pensioni». Quanto potrà reggere la sinistra del centrosinistra a un simile trattamento? Ieri dal Pd era tutta una levata di scudi in difesa di pensioni, welfare e articoli 18 dell’ala filo-Cgil: Damiano, Fassina, la stessa Bindi. «Per il Pd sta arrivando il tempo delle scelte», prevede il senatore Stefano Ceccanti. Intanto, si fregano le mani i Monti boys, «la foto di Vasto è, se non stracciata, almeno capovolta: lì Bersani sembrava ostaggio dei due; ora sono loro che devono inseguire il Pd». A Bersani ora tocca cercare di tenere insieme le due anime del suo partito, sapendo che rischiano di allontanarsi sempre più. Intanto - in questo in perfetta sintonia con Berlusconi - ha posto il veto alla presenza di esponenti del suo partito tra i ministri, scelta che gli avrebbe aperto infiniti problemi interni.
Tra chi mastica amaro c’è anche Romano Prodi: sulla strada verso il Quirinale, che aveva immaginato come una passeggiata sottobraccio a Bersani (o a Renzi, hai visto mai fosse cambiata l’aria), ora si erge minacciosissimo l’ostacolo Monti.