«Adesso il cardinale rinunci a Galliera e Gaslini»

Monica Bottino

«Cosa chiedo al nuovo arcivescovo? Una rivoluzione copernicana. Chiedo a monsignor Angelo Bagnasco di mettersi al servizio della maturazione cristiana della Chiesa genovese e lasciare le cose laiche ai laici». A rivolgere l’appello al nuovo pastore è Peppino Orlando, teologo con trascorsi da comunista militante, che i lettori de il Giornale ben conoscono per via delle sue posizioni di decisa contestazione nei confronti dell’esercizio del potere «sociale» da parte di una certa parte della Curia genovese. E Bagnasco, lui, lo conosce bene.
Quanto bene?
«Diciamo che ho avuto occasione di conoscerlo ai tempi in cui facevo parte della Comunità di Oregina, parliamo degli anni Settanta. Allora il nostro essere cattolici significava cercare di applicare i principi rivoluzionari del Concilio che ci aveva fatto nascere l’idea che la Chiesa è al servizio del popolo cristiano».
Non è sempre stato così?
«No... Per la prima volta si disse che la Chiesa è formata dal popolo di Dio: all’interno vi sono i ministri. Ma se il popolo non può parlare, allora io dico, il ministero diventa esercizio di potere. E quest’ultima, a mio parere, era la visione del cardinal Siri».
Che proprio contro il vostro modo di vivere il cristianesimo pose un veto...
«Esatto, negli anni Settanta, dopo il concilio, Siri si arroccò su posizioni più tradizionaliste. E ci fu lo scontro con noi che animavamo la comunità di Oregina, nella parrocchia dove lasciavamo dieci minuti di tempo durante la Messa perché i fedeli stessi commentassero le letture. Ricordo che con noi c’erano preti come don Andrea Gallo, don Giulio Boggi e don Marino Poggi. E c’era anche don Bagnasco che era tra i giovani preti, ma in un atteggiamento di grande prudenza».
E poi cosa accadde?
«Erano Messe seguitissime, a quei tempi intorno a noi si raccolse una comunità di studenti - e va detto che io insegnavo filosofia al liceo -, ma anche una parte di intellettuali che aspiravano al rinnovamento. Era davvero una Chiesa di popolo che partecipava attivamente. Noi non facevamo però politica attiva».
Ma finì male...
«Tutto fu proibito dalla Curia che mandò don Gallo alla comunità di San Benedetto e altri in altre sedi».
E don Bagnasco?
«Lui studiava e ascoltava, anche senza porsi in contrasto con la Curia. Si laureò all’università di Genova in Filosofia. È una persona aperta al dialogo, anche se dalla parte delle istituzioni. Lo ritengo un buon organizzatore».
Cosa gli chiederà un volta a Genova?
«Ribadisco che il ministero è al servizio del popolo. Lui è capace di ascolto, ma sarà altrettanto in grado di superare la visione clericale? È una sfida per lui. Io credo che papa Ratzinger voglia una Chiesa di comunione, dove i ministri sono al servizio, ma non al potere».
Serve un esempio pratico.
«Perché il cardinale deve essere il presidente di due ospedali come il Galliera e il Gaslini e dire la sua sulla nomina dei primari? Io credo che la Chiesa debba recuperare la spiritualità e donarla ai cattolici. L’arcivescovo dev’essere meno interventista nei rapporti cittadini. Spero che non consideri il laicato nelle classiche categorie di giovani, anziani e persone bisognose, ma che ci ritenga persone in grado di dire qualcosa».
Vuole un arcivescovo aperto alle innovazioni chieste dalla società, pacs e via dicendo?
«Per carità! La dottrina deve essere ortodossa, è la dottrina sociale che deve essere laica. Sa qual è la grande sfida che Bagnasco deve vincere?».
Dica.
«La formazione spirituale dei cattolici, il coinvolgimento della gente ascoltando la gente. Dare indirizzi dottrinali lasciando ai tecnici il compito di fare i tecnici e non dividere le persone in categorie da assistere».
Lo vorrà fare?
«Ne va del futuro della nostra Chiesa».