Adesso è Cristiano il vero Ronaldo. Tutti lo vogliono ma non ha prezzo

Il manager: "Il suo valore? Ogni giorno aumenta". Charlton: "Come lui non se ne sono mai visti". Allo United ha la maglia che fu di Beckham, nel Portogallo quella che fu di Figo

Su uno delle centinaia di siti a lui dedicati, le fans hanno organizzato una galleria fotografica con oltre millecinquecento scatti: mentre pedala, è pensieroso, prende il sole calzando delle infradito, cammina sul marciapiede, guarda verso il cielo, veste con orgoglio la canotta della salute, respira e basta. Nella maggior parte al piede c’è una dedica tipo: "you are my perfect man" o più semplicemente "Cristiano my love", l’attimo immediatamente precedente al crollo da sudditanza psicologica che toglie qualsiasi capacità reattiva alle ragazze. Ma si parla di lui anche fra maschi: tre gol, un quasi rigore, un’espulsione, ma quell’accelerazione in fascia destra del ventiduenne Cristiano Ronaldo dopo quattordici minuti della ripresa ha messo il timbro sul quarto di Champions dell’Olimpico. È andato via dritto come se ci fosse un binario, e più avanzava più aumentava il numero dei giri, Panucci mentre si riassettava il ciuffo ha detto: «Quello va più veloce di Valentino Rossi». Sì, ma senza moto. A uno United che non si riusciva a decifrare, quella fuga palla al piede ha finito col dare un senso. Anche all’impalpabile presenza di Solskjaer e allo stop di petto di quella birba di Wayne Rooney che stava giocando al gatto morto. La circostanza che alla fine sia arrivato anche il gol del momentaneo pareggio ha quasi un’importanza relativa, purtroppo non ai fini della qualificazione. Era la prima volta che si esibiva in Italia, ma l’evento era passato in secondo piano perché un portoghese che segna poco e va avanti a scatti come i piccioni per via del suo sfinente doppio passo, non fa grande notizia. Eppure alla vigilia sir Alex Ferguson si era sbilanciato dicendo che lo ritiene il migliore al mondo e perfino lo scontroso Rooney, dopo avergliela giurata per uno sgarbo subito durante il mondiale, ha dovuto ammettere che giocare accanto a lui è motivo d’orgoglio. Non ha infatuato solo loro. La leggenda Bobby Charlton ha detto che come lui non se ne sono mai visti - tumulando senza troppi riguardi monoliti come George Best - e che nei prossimi dieci anni sarà devastante come lo è stato Michael Jordan in Nba. Qualcuno come Carlos Quiroz, secondo di Ferguson, è rimasto folgorato come la celeberrima pastorella: «Il ragazzo ha un talento divino, ha tutto per essere grande, anzi grandissimo». Grande, ma grande quanto? Prima lo hanno paragonato a Garrincha per la sua abilità nel saltare in velocità l’avversario, quindi a Houdini per la sfrontatezza con cui si libera di ogni ostacolo, poi è stato scomodato Nureyev per quel fisico alieno che gli consente piroette sulla riga del fallo laterale e, alla vigilia dell’Olimpico, il paragone reggeva solo con il contemporaneo Francesco Totti. Poi, dopo ventidue doppi passi in novanta minuti, ogni paragone ha perso quota e adesso ci si chiede: chi è meglio fra i due Ronaldo, il vecchio Ronie o il nuovo Cristiano? Lui qualcosa ha già detto e i suoi agiografi hanno registrato: «A Manchester David Beckham è considerato un eroe, in Portogallo Luis Figo è un mostro sacro, io gioco con la loro maglia in queste due squadre e ogni volta che scendo in campo, cerco sempre di non pensare a chi la indossava prima di me. Lasciatemi fare, non voglio imparare a calciare le punizioni come Beckham o a dribblare come Figo». Il 13 agosto del 2003, dopo aver trasferito in manicomio l’intera difesa del Manchester durante un’amichevole, Alex Ferguson lo portava allo United per 17,5 milioni di euro, aveva 18 anni, adesso non ha prezzo perché dice il suo manager: «Lui ogni giorno migliora e quindi ogni giorno il suo prezzo lievita».