Adesso il Fli ha paura: e se in Aula le colombe non tradissero Silvio?

RomaIn politica un mese può rivelarsi un lasso di tempo molto lungo, durante il quale può accadere di tutto. E la preoccupazione di quanto può succedere di qui alla definitiva approvazione della legge finanziaria e all’apertura ufficiale della crisi è bipartisan.
Se nel Pdl si teme l’indebolimento delle trincee, in particolare quella del Senato, nel per ora virtuale terzo polo si temono i tentativi di rilancio di Silvio Berlusconi. E anche il lavoro di proselitismo annunciato ieri dal ministro Ignazio La Russa, il «fermatevi sull’orlo del baratro» lanciato alla pattuglia parlamentare finiana.
Se si arriverà al voto di fiducia, ai deputati di Futuro e libertà toccherà votare apertamente per abbattere il governo dal quale sono appena usciti e il centrodestra cui sono sempre appartenuti, e il passo non è da poco. Per alcuni sarà particolarmente doloroso e difficile, ed è su quei possibili «anelli deboli» che verrà mirato il pressing del Cavaliere. Tant’è che l’alleato Pier Ferdinando Casini si augura apertamente che «Berlusconi non ci costringa al voto», che «prenda atto e si dimetta» senza costringere i suoi oppositori a venire allo scoperto.
La questione procedurale delle precedenze ha anch’essa il suo notevole peso, e non a caso lo stesso Casini ieri insisteva che la verifica parlamentare debba partire dalla Camera e non dal Senato, per «minima correttezza istituzionale», perché è lì che c’è «una mozione già presentata» (dal Pd). Un voto positivo per il governo a Palazzo Madama renderebbe più complicata la scelta per gli eventuali incerti, e per coloro che hanno timore di essere trascinati senza rete alle elezioni anticipate, minacciate a gran voce dal premier. Per ora siamo alle schermaglie iniziali, ma è probabile che sulla scelta del ramo del Parlamento da cui far partire la roulette russa della fiducia si scatenerà un braccio di ferro ben più pesante, e un possibile conflitto istituzionale tra i presidenti delle Camere, uno dei quali (Fini) è l’ispiratore della mozione di sfiducia presentata assieme ai centristi, dunque direttamente interessato alle sue sorti.
Quanto alla minaccia di sciogliere una sola Camera, quella che negasse la fiducia al governo, il capogruppo Fli Italo Bocchino la respinge al mittente: «È un escamotage che ha il solo obiettivo di tranquillizzare quei senatori pronti a sostenere un percorso di responsabilità che eviti al Paese l’ennesima campagna elettorale», ossia coloro che - pur di non andare al voto - potrebbero sostenere un governo “tecnico”, ossia senza Berlusconi.
Nell’attesa che tutto si compia e che la crisi - in un senso o nell’altro - si sciolga, il terzo polo cerca di concordare le mosse e di dare la sensazione di un fronte compatto. Ben sapendo che, in caso di elezioni anticipate, trovare un modus vivendi non sarà facile: in tutto, ci saranno circa 80 deputati da rieleggere, che non sono pochi. E in caso di coalizione elettorale occorrerà mettersi d’accordo su un candidato premier e un programma.
L’unico possibile collante del futuro terzo polo è «il nemico comune», ossia il Cavaliere. Per il resto, «mancano un leader e un programma comune». A dirlo non è un avversario, ma un potenziale alleato del blocco Casini-Fini-Rutelli, ossia l’esponente del Pd Arturo Parisi, convinto che con loro il centrosinistra debba avviare «subito un confronto», e preparare una «comune proposta di governo». Ma non per questo Parisi si nasconde le difficoltà dell’operazione-Terzo Polo: «Troppo distanti le loro posizioni su temi importanti quali la legge elettorale, le riforme istituzionali, il welfare, la laicità, la famiglia per fare solo alcuni esempi. L’unica cosa sicura, per ora, è il nemico comune».