Adesso in Giappone si fa sul serio Il Milan vuole il record dei record

Battuto l’Urawa Reds, i rossoneri, superando domenica il Boca Juniors, diventerebbero la squadra più titolata al mondo. Problemi a un piede per Kakà

nostro inviato

a Yokohama
Detto, fatto. Il Milan raggiunge il Boca Juniors nella finale del mondiale per club, un tempo coppa Intercontinentale. È l’ottava della sua carriera memorabile, cominciata male nel lontano ’63 contro il Santos di Pelé e giunta fino al dicembre 2003 contro lo stesso rivale di oggi, guidato quattro anni prima dal piccolo e temibile Tevez. È l’unico conto in rosso del club italiano più famoso all’estero (mezzo stadio giapponese veste con la divisa dei campioni d’Europa): tre successi (il primo di Rocco, gli altri due di Sacchi), quattro sconfitte. Davanti agli occhi dell’eterno Maldini, la possibilità di pareggiare i conti e di incoronare il Milan numero uno al mondo per trofei collezionati (17 pari con gli argentini cari a Maradona). L’appuntamento è per domenica sera qui in Giappone (11.30 del mattino in Italia), arbitro l’australiano Shield. Appena due i giorni pieni per recuperare preziose energie: è una delle controindicazioni della nuova formula ispirata dal goloso Blatter per rastrellare sponsor e diritti tv. «Ce la faremo» promette alla fine esausto ma sicuro Clarence Seedorf. Suo il sigillo che orienta, a metà della ripresa, i destini della semifinale dominata in lungo e in largo dai campioni d’Europa. «Vale il gol fatto al Manchester»: così l’olandese pesa la sua rasoiata.
Stesso risultato degli argentini, 1 a 0, più marcato il dominio del Milan esercitato sui giapponesi degli Urawa Reds, guidati da un calcolo meschino (stare chiusi in difesa e aspettare uno scivolone dei rivali) oltre che da un catenaccione stile anni ’60. I giapponesi lasciano mezzo campo e il governo della palla al Milan: negli spazi stretti, gli attacchi rossoneri risultano complicati dalla mancanza di un ariete o dall’inserimento magico di un centrocampista. Ronaldo, malinconico, se ne sta a guardare in tribuna, Gilardino aspetta e spera che già l’ora si avvicina ma rinvia l’appuntamento con un gol importante. In finale, domenica, tocca a Pippo Inzaghi. Provano in tanti a forzare il blocco giapponese: Ambrosini di testa, tre volte Seedorf, Jankulovski dalla distanza prima dell’ennesima magia del Pallone d’oro. Ecco, senza Kakà, il Milan sarebbe una squadra dimezzata: è lui che colma le lacune, copre i vuoti, diventa attaccante o tre-quartista, a seconda del bisogno. Le accelerazioni, specie nella ripresa, aprono come una scatola di tonno gli Urawa e ne viene fuori quell’intesa a tre (Pirlo-Kakà-Seedorf) che scolpisce la semifinale. «Adesso vogliamo fare la storia» promette il fuoriclasse brasiliano, con un piede, il destro, malmesso, per un pestone. Se lo coccolano tutti, quelli del Milan. Ancelotti apparecchia un giudizio al miele: «È il più bravo di tutti, il Pallone d’oro gli ha dato nuovi stimoli». Galliani, il vice-presidente, dopo il colloquio telefonico con Berlusconi, racconta un particolare da spogliatoio: «È stato stoico Kakà, aveva il piede sanguinante». Difficile resistere alla tentazione di togliersi sassolini dalla scarpa. Detta sempre Galliani a taccuini e tv: «Tre finali in sette mesi, mica male per il vecchio, paralitico Milan. Fa bene a tutti questa finale».
L’ultimo tratto di strada è tutto in salita, il Boca non è fatto della stessa pasta degli Urawa Reds. Dice Arrigo Sacchi da Milano: «È come quel pugile che puoi battere ma che ti procura tante ferite». «Ha esperienza, ha storia, è squadra competitiva» il riassunto di Ancelotti che non vuol sentir parlare del precedente (1 a 1 fino ai supplementari, decisero i rigori, Costacurta zappò la zolla sbagliandone uno dei tanti). Quelli del Boca hanno qualche nome in meno, Burdisso, Tevez ceduti in Europa, un combattente storico, Battaglia, in più Palermo in attacco, Vargas perso per squalifica. «Voglio una squadra fresca» promette ancora Ancelotti. Sicuri i ritorni di Maldini e Inzaghi. Pirlo, in crisi per un mal di stomaco, è convinto di recuperare. «Non è una rivincita ma una sfida bella e romantica» corregge alla fine Seedorf. Solo vincendo si può cancellare tutto. Sull’altra panchina manca Carlos Bianchi, un brutto cliente per il Milan: è il primo buon segno. «Il Boca senza Riquelme è un vantaggio» ammette Kakà che aspetta solo la corona.