Adesso i duri della Fiom si fanno pagare dai padroni

Un miracolo italiano, un’azienda che dal nostro profondo nord riesce a conquistare i mercati mondiali, a produrre reddito e occupazione anche in tempi di vacche magre. Ma la Tamini Trasformatori - sede e stabilimento a Melegnano, sede staccata a Melegnano, in tutto oltre seicento dipendenti - è anche al centro di un singolare scontro familiare trasformatosi in scontro sindacale. Le liti tra i soci hanno visto i sindacati spaccarsi a loro volta. Fino all’ultima puntata: la Uilm che denuncia pubblicamente l’accordo raggiunto tra la Fiom Cgil e i vertici dell’azienda, che prevede che la Tamini si faccia carico della robusta parcella dell’avvocato del sindacato dei «duri» metalmeccanici. «Come può il sindacato essere autonomo e indipendente se il suo lavoro viene pagato dal padrone?», attacca Serena Bontempelli, segretaria della Uilm milanese.
A monte c’è lo scontro tra le due anime dell’azienda: l’amministratore delegato Luciano Tamini, e suo nipote Carlo Pavese Tamini, eredi della storica azienda, fondata nel 1916 e oggi leader planetario dei trasformatori per siderurgia e per centrali. I due soci sono da tempo in rotta, e lo scontro è finito nelle aule di tribunale. Nello scontro legale è intervenuta con il suo legale, Cosimo Francioso, anche la Fiom, forte delle deleghe di quattrocento dipendenti. «Lo abbiamo fatto - spiega il sindacalista Marcello Scipioni - unicamente per evitare che uno scontro fratricida tra soci portasse l’azienda al collasso».
Ma al termine della causa arriva la sorpresa: a pagare la parcella dell’avvocato Francioso, oltre 21mila euro, è la stessa Tamini Trasformatori. Il socio «ribelle», Carlo Pavese Tamini, il 10 novembre prende carta e penna e scrive alle Rsu, il sindacato interno, denunciando un accordo che, dice, «rappresenta l’ennesima prova del rapporto privilegiato che si è creato tra il socio Luciano Tamini e una parte del sindacato e dei suoi rappresentanti, stante la loro sistematica adesione alle sole tesi del signor Luciano Tamini». Lo stesso giorno, la segreteria della Uilm rincara la dose: «Ma da quando in qua i padroni pagani chi rappresenta il sindacato? Ma da quando in qual le aziende finanziano le assemblee e gli incontri con i lavoratori?».
La Fiom Cgil replica a muso duro: «Non è accaduto assolutamente niente di anomalo - dice Scipioni - perché da sempre quando si esaurisce una causa di lavoro si prevede che i compensi dei legali dei lavoratori facciano parte dell’accordo e vengano messi a carico delle aziende». E i 21mila euro versati a Francioso e al suo collega Luigi De Andreis «non sono uno sproposito, visto il gran numero di lavoratori coinvolti». Insomma, gli schemi si sono ribaltati, e la Fiom - che in genere viene accusata di eccessi di rigidità - alla Tamini si trova invece a dover rispondere di tenere rapporti tropo stretti con il «padrone». Inutilmente, peraltro: il costoso accordo raggiunto prima dell’estate è già saltato, e alla Tamini è ripartito lo scontro frontale. Tra padroni, e tra sindacati.