Adesso i «freak» non fanno più paura

All’ex mattatoio di Testaccio un intelligente adattamento del film di Tod Browning

Paolo Scotti

Mostruosi. Troppo mostruosi. Quasi umani. Questo il paradosso della diversità: se ciò che è dissimile ci spaventa, la sua conoscenza ce lo fa scoprire, al contrario, mostruosamente vicino. Non si poteva chiedere agli spettatori di Freaks - il film di Tod Browning, anno 1932 - di solidarizzare coi «mostri» suoi protagonisti: col repellente nano, la terribile donna barbuta, le sconcertanti gemelle siamesi che, esibendosi in un circo come fenomeni sbalorditivi, proprio da quelle anomalie fisiche traevano il loro diritto a vivere. Diverso il discorso per Freaks: lo spettacolo che Giuseppe Squillaci e Luca Scanferla hanno abilmente tratto proprio da film. Tanta cultura della solidarietà è passata sotto i ponti dei rapporti civili, e oggi i «freaks» non sono più «maledetti», non spaventano più nessuno. Semmai fanno simpatia; perfino tenerezza. Ed è proprio quanto accade nel bello spettacolo diretto da Squillaci, ed efficacemente alloggiato (fino al 10 luglio) in un capannone dell’ex Mattatoio di Testaccio, come in un immaginoso «dietro le quinte» circense, tra polvere di segatura ed echi di lontani applausi. Accentuando l’umorismo nero presente nel film, Squillaci fa dei suoi «freaks» (bravi attori coraggiosamente ingabbiati in complessi make up) degli schizzi grotteschi, malinconici; ma soprattutto umani. Quindi li circonda di suggestive idee visive, e li immerge in uno spazio scenico che è la vera carta vincente dello spettacolo, un lungo stanzone cadenzato come un racconto a più piani narrativi: il tendone dello “chapiteaux” sul fondo; i carrozzoni a metà, dentro cui lo spettatore può sbirciare; i tavolini e le sedie posti in primo piano.
Se qualcosa manca, a questa macchina narrativa, è forse il pathos: la simpatia dei personaggi non muove sufficentemente a pietà; la loro «diversità» fa più folclore che dramma. Alle prese con posticci, trampoli e trucchi tali da invalidare qualiasi espressività, gli attori se la cavano però egregiamente. Su tutti un intenso Giuseppe Russo, capace, dentro il suo mascherone di uomo-capra, di esprimere un’intensa emotività ferita. Circense e felliniano il Tetrallini di Marcello Corsi; spiritoso e tenero il clown di Alessandro Scaretti.
Alla fine gli applausi d’un pubblico convinto e coinvolto premiano un bel lavoro d’ensemble. Nonché l’originalità d’una proposta - questa sì - davvero diversa.