Adesso i partiti imparino da lui che si può vincere solo con l’amore

ESEMPIO Colpito per mano del nemico, si è mostrato alla sua gente per tranquillizzare tutti: serenità in cambio della violenza

C’è una parola che la politica dovrebbe prendere sul serio di tutta questa vicenda tragica dell’aggressione a Silvio Berlusconi. Ed è «amore». A come amore. Silvio Berlusconi (nessuno lo ha chiamato il Cavaliere in questi giorni) aveva pronunciato queste tre sillabe sul palco di piazza Duomo domenica verso le 18 e 03. Ma erano parse a tutti noi che assistevamo alla performance vitale e generosa del premier, come una spolveratina di zucchero natalizio, un infuso sentimentale prodotto tipico della Casa di Arcore per il popolo e specie per il popolino, ma la verità era la dura sostanza della politica: cioè la polemica, gli interessi, la guerra. Amore pronunciato con lingua diritta, senz’altro sincero, ma, via, la realtà è una protuberanza di marmo.
Alle 18 e 33 l’amore era andato al diavolo. Non era marmo ma alabastro, un tonfo. L’odio. La politica è odio. Da ripagare con moneta pesante. A un brigante un brigante e mezzo.
Sono un modesto testimone dei fatti, ma soprattutto di quello che non passa dalle immagini tivù. L’odore, i rumori. Ora pare che tutti siano stati lì a tre metri da Berlusconi. Resta il fatto che in qualche immagine mi si vede, sono dietro l’Audi, sto girato dall’altra parte. Poi il «tonf», non so trascrivere il rumore. Dicono che per rendere più drammatiche le scene di guerra nei film usino come sottofondo il grido dei maiali macellati, che si confonde con i cannoni. Era qualcosa di simile. Mi sono girato e ho visto Berlusconi accasciato, facevano fatica a metterlo in macchina perché pesava ed era abbandonato. Come Wojtyla il 13 maggio ’81. Si è alzata una voce: un pugno, gli hanno tirato un pugno! Ma non poteva essere un pugno. Pensai a un colpo di fucile o di pistola con il silenziatore, per il rigo di sangue che scendeva, e il colore cadaverico della sua scorta fedele. Ma poi ecco che il morto da dietro il vetro (ero lì, a un passo dal finestrino) si riscuote, fa aprire, si fa quasi adagiare sul tettuccio.
Io penso che questa sia l’essenza della politica come amore. Silvio Berlusconi avvertiva che usciva dalla sua bocca il flusso vitale, stava versando il sangue per mano di un nemico. Ma il primo gesto è stato di mostrarsi ai suoi. C’è qualcosa di più forte dell’odio. Ha confessato al fratello Paolo, nel letto della camera al settimo piano del San Raffaele, che era uscito fuori pensando ai suoi figli perché non lo pensassero in fin di vita, e al padre e alla madre, contenti vedessero dal cielo: in terra avrebbero patito troppo. Questo si chiama molto semplicemente amore. Che dalla famiglia si comunica a ciascuno di noi, che ha famiglia. La politica è la prosecuzione dell’amore alla famiglia e ai figli con altri mezzi.
Tutti noi – giustamente – abbiamo individuato i mandanti morali di Massimo Tartaglia. Ci siamo interrogati sul famoso «clima», e chi lo abbia lacerato con il disprezzo del prossimo. I nomi sono stati fatti. Sono poi intervenute le autorità istituzionali, tutte hanno guardato la violenza come fuori dalla loro responsabilità, come arbitri senza colpe. Chiedendo regole, abbassamento di toni. Eccetera. Giusto, per carità. Ma io ho in mente che cosa ha sparso intorno a sé Silvio Berlusconi quella sera tra chi era lì, ma anche a quanti hanno guardato con un po’ di necessario candore infantile quell’uomo insanguinato, tramortito, eppure capace di esporsi ancora ai colpi per dire ai figli e anche a quel popolo non-preoccupatevi-sto-bene. Sabina Guzzanti ha avuto per alcuni istanti quella purezza negli occhi e ha ammesso: «Ho visto un politico». Voleva dire un pater populi, non so se si dice, ma rende l’idea. Una persona che si carica delle pene di tutti e non vuole che pesi sugli altri il proprio personale dolore, e neanche il sangue. Poi Sabina Guzzanti ha dovuto rimettersi in riga con il solito copione sul Berlusconi nemico della democrazia, ma quell’attimo di sincerità resta.
I politici e gli intellettuali non hanno forse capito, siamo troppo superbi, ma in questi giorni c’è stato un dialogo tra Berlusconi e la sua gente. La sua gente è quella del Popolo della libertà ma non solo. Per Roma ci sono in giro manifesti del Partito democratico sezione centro di via dei Giubbonari che sono bellissimi. Non introducono un altro argomento rispetto alla solidarietà al premier. Condannano e dicono: «Guarisci presto!». Berlusconi ha parlato oltre i soliti confini, e il linguaggio era quello lì: l’amore.
Ci vergogniamo a usare questa parola, perché ci suona falsa, retorica, grondante di cioccolata. Eppure non c’è altro nome per dire che l’amore, non come sentimento effimero, ma come certezza dell’affezione. Un voler bene alla nostra gente vista non come collettivo, ma come un insieme di «io» irripetibili: questa è l’unica cosa che rende interessante la politica e rende possibile la convivenza civile. Se no non ci sopporteremmo. Avrebbe ragione Hobbes: homo homini lupus, siamo lupi, e dobbiamo sbranare l’altro prima che lo faccia lui. Qualche volta occorre fermare i rapaci con le buone o con le cattive. Però non si vince se si odia, ma se c’è questa spinta che è l’amore, e si diventa capaci di perdonare, di ricostruire il tessuto lacerato.
Come parecchi altri son stato il tramite di messaggi a Berlusconi. Siccome scrivo per il Giornale, sono un deputato dei suoi, mi trattano come un parente, e ne sono parecchio emozionato. Mi arrivano sms. La gente è stata colpita come se avessero ferito il padre. È trapelato che dinanzi alla constatazione di essere vivo, e che erano intatti gli organi vitali, Silvio abbia detto: «È un miracolo». Scelgo uno dei messaggini a me giunti per lui: «Insieme alla tua pronta guarigione spero per te che questo fatto sia per te occasione per riscoprire le tante cose, grandi e piccole, che ti accadono intorno. Tutta la tua vita è davvero un miracolo, perché c’è e tu ci sei!». Eccone un altro. Immedesimazione totale: «Caro Silvio, una volta anch’io mi sono trovata nelle tue condizioni a causa di un incidente stradale: ho dovuto bere il caffè con la cannuccia per due settimane, e il collare per 40 giorni in agosto. Ma che bello scoprirmi viva! Segno di Uno che nonostante tutti i miei tradimenti mi voleva felice! Così lo vuole per te!». Ancora: «Ci ami fino a versare il sangue!».
La risposta politica di Silvio Berlusconi è stata il messaggio rivolto ai tanti che gli hanno manifestato affetto. Non era la coltre di panna montata buona per i gonzi: solo gli stupidi pensano così, storpiando il tutto a folklore o a marketing. Non capiscono niente: come quando hanno banalizzato la simpatia profonda di Berlusconi per i capi di Stato riducendola a «politica provinciale delle pacche sulle spalle». «Grazie di cuore ai tantissimi che mi hanno mandato messaggi di vicinanza e di affetto. Ripeto a tutti di stare sereni e sicuri. L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio». E ha continuato uscendo, tutto incerottato, dall’ospedale: «Se cambiano i toni, il mio dolore non sarà stato inutile». O la politica riparte da qui, da questa certezza della positività della vita, persino alla fine anche del bene che esce dal male subìto - e parlo per me, ma anche per te - o la politica va a rane, ma non solo la politica, ma anche la nostra personalissima esistenza.
P.S. Lucia Annunziata scagliò un sampietrino contro Luciano Lama nel ’77. Ora, dacché si paventa una deriva anni ’70, non è che Tartaglia ce lo ritroviamo in Rai?