Adesso i peones del Pd "mollano" Veltroni e si aggrappano al Prof

Allarme di "Velina rossa": se si va al voto da soli un parlamentare su due non sarà rieletto. Molti criticano l’idea di rottamare la coalizione e fanno quadrato attorno a Prodi

Roma - Avvertenza per il lettore: questo non può che essere un pezzo da zizzaniatori. Infatti ieri, uscendo dalla riunione dei parlamentari dell’Ulivo, Walter Veltroni negava con il sorriso sulle labbra ogni possibile dissidio con Romano Prodi all’insegna di questa battuta: «Devo mettervi in guardia da tutti quelli che sui fumetti di Asterix si chiamano seminatori di zizzania: cioè quelli che vanno in giro a dire il contrario. Da mesi questa squadra lavora insieme con a capo il presidente del Consiglio».

Noi, quindi, non possiamo che essere zizzaniatori, se non altro perché annotiamo maliziosamente che, subito dopo aver raccontato che la riunione si era svolta in un clima di idillio e che il premier e il segretario del Pd lavoravano di comune accordo per l’unico obiettivo comune (ovvero la sopravvivenza del governo), era lo stesso Veltroni a introdurre due clamorosi ma-anche. Il primo «Se si va a votare con questa legge può vincere chi vuole, ma questo Paese rimarrà ingovernabile». Il secondo: «Le elezioni anticipate sono la cosa peggiore per il paese».

In sintesi. Veltroni, proprio mentre ripeteva «non prendiamo in considerazione subordinate alla fiducia perché indebolirebbero la principale, cioè che Prodi vada avanti», poneva lui stesso i due capitelli su cui riposano i progetti di un governo istituzionale: che non si deve andare al voto, e che bisogna assolutamente fare la riforma elettorale. Non solo: il leader del Pd si spingeva anche più in là. E aggiungeva: «Bisogna affrontare i nodi di fondo - continuava Veltroni - come riduzione del numero dei parlamentari, maggiori poteri al presidente del Consiglio, riduzione della frammentazione. Se non si affronta questo l’Italia perderà altro tempo». Di più: quasi in contemporanea con queste dichiarazioni, Pierferdinando Casini rilanciava l’idea di un «governo istituzionale» con una intervista esclusiva al Tg1. Ora, se si fosse nel villaggio di Asterix, i leader dell’Unione direbbero che il nome su cui in queste ore è in testa ai sogni di chi lavora al governo di salvezza nazionale è il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi. Persino il «birmano» Piero Fassino (che ieri deambulava con una coppola verde) sogna di ritornare in campo in un esecutivo trasversale. Ma sulla strada di questo progetto, ovviamente, ci sono due ostacoli enormi. Il primo si chiama Mario Draghi, perché è molto difficile che il Governatore possa accettare di scendere in campo in un clima così deteriorato e con una maggioranza così fragile. Il secondo si chiama Romano Prodi, ed infatti non un «zizzaniatore» uscito fuori dalla matita di Goscinny e di Uderzo, ma lo stesso Casini spiegava chiaramente che per lavorare al governo istituzionale bisogna «rimuovere Prodi». Ma proprio dire questo, nel centrosinistra ieri era tabù. E persino Prodi, che da giorni è in guerra con il sindaco di Roma, ieri si è precipitato ad applaudirlo nella riunione di Palazzo Marini dichiarava serafico: «Ho condiviso moltissimo l’intervento di Veltroni». Fantastico, ecco serviti i zizzaniatori. Peccato che fra questi si dovrebbero iscrivere di ufficio quasi tutti i prodiani da Rosy Bindi ad Arturo Parisi, a tutti quelli che hanno considerato un attentato la sortita del sindaco di Roma (peraltro ribadita ieri) sul Pd e la sua «vocazione maggioritaria» che lo porterà a «correre da solo nelle prossime elezioni». Parole che hanno sicuramente contribuito all’addio di Clemente Mastella («Sono sicuro che Veltroni vincerà anche da solo... nel 2500 dopo Cristo») e che non pochi malumori hanno suscitato nella coalizione. Eppure la maledizione dell’ipocrisia continua ad impedire una dialettica democratica di tipo europeo nel Pd, impedisce il ricambio trasparente come quello che c’è stato fra Gordon Brown e Tony Blair, riproduce il clima di amore-odio, di unanimismo e guerre intestine che fece esclamare a Giuliano Amato (quando il contendente era Francesco Rutelli) il suo memorabile: «Finiremo su una sedia a rutelle». Adesso il centrosinistra sulla sedia a rutelle c’è ritornato. Veltroni deve difendersi dagli assalti dei dalemiani, deve combattere da chi (sempre i prodiani) ha bloccato lo statuto del nuovo partito per via di quell’articoletto secondo cui «il segretario del partito è il candidato premier alle elezioni», e ieri Pasquale Laurito - la «Velina rossa» dalemiana del Transatlantico - spiegava che «Se si va davvero alle elezioni da soli bisognerà mettere in conto che un parlamentare sue due non viene rieletto». È davvero così? Di sicuro sono molti che nel Pd hanno iniziato a fare di conto, e si chiedono se convenga davvero rottamare la coalizione. Ed è proprio su questo istinto di autoconservazione che conta Romano Prodi nel suo voto di domani.

Fare in modo che al Senato tutta la coalizione combatta insieme a lui la battaglia per la sopravvivenza. Perché anche stavolta, nell’Unione nel duello tra Prodi e Veltroni vale la regola degli highlanders: «Alla fine ne resterà un solo». Se vive Prodi muore Veltroni e viceversa. Parola di zizzaniatore.