Adesso i Poli si contendono un risanamento inesistente

Ci sono un paio di cose che i politici dovrebbero tenere a mente quando parlano di decisioni che incidono sulle tasche dei cittadini. La prima è che dopo la crisi petrolifera degli anni ’70, il boom e lo sboom delle Borse degli anni ’80 e 2000, le crisi valutarie degli anni 80-90 e le stangate fiscali che da trent’anni allietano gli autunni degli italiani, siamo tutti più informati e più «istruiti» in economia per capire ciò che a Palazzo Chigi e nelle sedi del potere si decide sulla testa di tutti noi. La seconda è che, proprio grazie alla cultura della crisi, siamo tutti più accorti e partecipi, dunque, in grado di capire, valutare e ricordare chi ha deciso cosa.
Sicché appare francamente risibile che governo ed opposizione litighino furiosamente per rivendicare il merito della migliorata situazione economica, da destra per dire che è tutto merito del precedente Governo Berlusconi, da sinistra per sostenere che invece è tutta grazia ricevuta dal governo Prodi. Come se trent’anni di cultura della crisi non ci avessero insegnato che i cambiamenti si misurano in Italia nell’arco dei lustri, figurarsi se può mutare qualcosa in sei mesi, due dei quali impiegati per assumere la titolarità delle poltrone.
Intanto proviamo a chiarire il perimetro della contesa. Si litiga per rivendicare i meriti di che? Della migliorata finanza pubblica? Magari, significherebbe che il debito pubblico che grava sulla testa di ogni italiano si è ridotto dal 107% del Pil almeno al 90% ed in modo duraturo e strutturale; ma qui accade il contrario, cioè che il debito sale al 108%. Gioire per il calo del deficit del solo mese di dicembre è come chiudere l’ombrello nella calma dell’occhio del ciclone. Ciò che è successo è solo che un po’ di ripresa economica internazionale ha lambito l’Italia, per giunta meno di quanto accade nel mondo e in Europa. Del resto se nel 2006 l’economia mondiale ha accelerato la crescita del 5% ed i commerci internazionali dell’8,9, spinti dagli Usa (+3,4%) dal Giappone (+3%) da Cina e India (+10,7% e +9,1%) e dall’Europa (+2,2%), che «miracolo» è mai quello di un’Italia rissosa che cresce di appena l’1,6%? E come mai il rallentamento dell’ultimo trimestre 2006, che colpisce tutta l’Europa, colpisce noi in proporzione doppia? E come mai, nonostante aumentino le esportazioni italiane, la competitività del Paese che era migliorata di un punto nel 2005, peggiora di tre nel 2006, il doppio della media europea? Chi ha voglia di un bagno di realtà faccia una «nuotata» mentale nel Bollettino Economico della Banca d'Italia n.47 scritto dal dottor Draghi e si soffermi sulla figura 13 a pag. 25: scoprirà la drammatica realtà che, anche nel «miracoloso» 2006, prosegue la caduta libera della quota italiana di esportazioni nei commerci mondiali (quella che alimenta la crescita sana dell’economia) e che eravamo a quota 100 nel 1995 siamo poco sopra 50 oggi. Da dieci anni veniamo giù come una mongolfiera bucata, mentre gli altri volano (la Germania) o decollano (la Spagna). Altro che brindare.
È alla luce di queste cifre che va analizzata la bontà della Finanziaria del governo Prodi. Anche qui pochi commenti e qualche cifra: nei primi dieci mesi del 2006, grazie ad un Pil migliore (+1,6%) gli incassi del fisco sono aumentati dell’11,5%. Sicché il 6,4% era previsto; il 3,4% deriva dai provvedimenti dell'ultima Finanziaria Tremonti che ha anche una componente strutturale; e l’1,7% che resta deriva da tutto il resto (ripresa economica, effetto Visco, effetto «Mondiali di calcio»). Fonte? Banca d’Italia; quella appena approvata è la Finanziaria più invasiva e statalista che si ricordi dal 1993: sposta da una tasca all’altra dei cittadini 53,4 miliardi, il 3,6% del Pil, contro i 28,2 miliardi dell’ultima Finanziaria Berlusconi. Fonte? Banca d’Italia; preleva 34,7 miliardi, per l'80% con tasse e il 20% con riduzioni di spesa e li destina, con certezza, per il 46% al risanamento (riduzione deficit), per il 12% alla crescita (cuneo fiscale, ricerca, agevolazioni), per il 6,7% all’equità (assegni familiari, prestazioni sociali, autotrasporto) e per l’1% all’obiettivo riforme strutturali (riforma Pubblica Amministrazione). C'è un 30% che non rientra in nessuna di queste quattro categorie. Chiediamoci dov'è finito. Fonte? Sempre Banca d'Italia; tutto questo gran teatro consente a 16 milioni di famiglie di incassare 22 euro al mese in più ed a quasi 5 milioni di famiglie di pagare 33 euro al mese in più. Fonte Istat. Ne valeva la pena?
Il governo ha molte colpe ma anche molte attenuanti, costretto com’è a governare corroso da almeno 5 competizioni interne che ucciderebbero un toro: quella tra D’Alema e Veltroni, Rutelli per l’egemonia del riformismo, tra Bertinotti e Diliberto per l'egemonia dell’extrasinistra, tra Prodi e Fassino per il partito che non c'è, tra la sinistra riformista e massimalista per la politica economica, tra Margherita e Radicali per i diritti civili, tra Di Pietro e Mastella per le grazie della magistratura e di tutti contro tutti per il Partito Democratico.
Piuttosto che polemizzare su un miracolo economico che non esiste, bisognerebbe guardare in faccia la realtà delle cifre, e prendere atto che questa Finanziaria delude non solo noi, ma perfino «loro» e che, fin quando non cambia il sistema politico elettorale e viene meno la corrosiva competizione elettorale interna ai Poli, la cosa migliore da fare è lasciare in pace il Paese.
b.costi@tin.it