Adesso a Kiev: Mourinho dovrà battere il virus Champions

di Marco Lombardo
Chissà se adesso l’Inter riuscirà a battere l’influenza, che non è quella che ha messo a rischio la trasferta in Ucraina (per ora confermata), ma quella che indebolisce gli uomini di Mourinho ogni volta che sentono la famosa musichetta. Anestetizzato il campionato, arriva la prima vera «finale» della stagione e a Kiev si deve solo vincere, e non solo per motivi di classifica.
A Kiev deve vincere Josè Mourinho, condannato a dover sempre dimostrare qualcosa nonostante il nostro campionato parli sempre nerazzurro. Sette punti di vantaggio sulla seconda dopo 11 giornate? Non bastano, perché si trova sempre qualcuno a spiegare che l’Inter è troppo forte solo perché ha tanti giocatori oppure che sono le altre ad essere troppo deboli. Insomma: Josè è come se fosse uno spettatore privilegiato della sua squadra, lui non c’entra mai. E siccome ogni tanto alza la voce, allora dà pure fastidio.
Certo, non è stato bello nella conferenza pre Livorno-Inter, accusare un collega - nello specifico Mirko Graziano della Gazzetta dello Sport - di aver scritto bugie sul caso Santon. Primo perché non è vero (che ha scritto bugie, s’intende) e secondo perché la stessa cosa - ovvero una telefonata notturna tra il tecnico e il suo «bambino» dopo la prestazione negativa contro il Palermo - aveva scritto anche il nostro Claudio De Carli, dopo aver fatto ampia verifica. Come sempre d’altronde.
Ma Mourinho, si sa, usa le sue tecniche motivazionali: c’è da recuperare un giocatore, lui va prima di tutti nella classifica delle priorità, a volte anche davanti alla verità. E siccome verità giornalistica vuole che l’Inter di Champions sia poca cosa, ecco che mercoledì arriva a Kiev l’occasione giusta: non si può sbagliare, non c’è più tempo per farlo. Poi, in caso di vittoria, vedremo se qualcuno avrà ancora qualcosa da dire contro Mourinho. Ma già scommetto che ci sarà.
Così come scommetto che il Milan farà una grande partita contro il Real: il rientro in squadra di Borriello, la (sembra) rinata motivazione di Ronaldinho e un Dida che para tutto, sono i segnali di una squadra che ha passato il momento buio. Forse troppo tardi per il campionato - anche se siamo solo a novembre - ma sicuramente in tempo per l’amata Champions League. Il Milan ora è senz’altro più squadra del Real, un secondo successo sui Galacticos darebbe la motivazione definitiva per il resto della stagione. Il merito della risalita? Bisogna darlo a Leonardo, anche da tutti quelli come noi (ed eravamo in tanti) che avevamo dubbi sulle sue doti di tecnico. La verità è - così si dice - che nessuno nasce imparato, così come non si può dire che Leo sia già un fenomeno. Ci vuole tempo, insomma, così come bisogna darlo a Ferrara. L’effetto Guardiola ha stravolto le prospettive e ha fatto pensare che per diventare allenatore basti studiare il manuale delle Giovani Marmotte: invece per essere un grande allenatore ci vuole tempo, studio, vittorie e sconfitte. E ci vuole carisma. Già, ad esempio, come quello di Mourinho. Kiev permettendo.