«Adesso l’Europa non ci ostacoli»

È un club importante per il Paese, eppure di fatto sconosciuto. È formato dagli industriali delle quindici province in cui il settore manifatturiero è ancora prevalente. Anzi, sedici, perché dall’anno scorso ad Ancona, Belluno, Bergamo, Biella, Brescia, Como, Lecco, Modena, Novara, Prato, Pordenone, Reggio Emilia, Treviso, Varese e Vicenza si è aggiunta Mantova.
Un club che rappresenta, all’interno di Confindustria, l’Italia che ancora produce beni tangibili. E che, all’indomani del sì della Camera al progetto di legge in difesa del Made in Italy, fa sentire la propria voce, rafforzando la dinamica generata dai Contadini del tessile, il movimento fondato da Roberto Belloli nel luglio scorso che ha ispirato la legge, presentata dal leghista Marco Reguzzoni.
«Il nostro non è un gruppo di rottura, siamo nati nel 2003 quando ci siamo accorti che Confindustria, allargandosi alle aziende di servizi, alle municipalizzate, alle banche, persino agli ospedali, rischiava di trascurare proprio il settore manifatturiero», spiega Ambrogio Taborelli, industriale del tessile e presidente di Confindustria Como, che non è il presidente del Club 15 (nonostante l’ampliamento il nome non è cambiato), per la semplice ragione che un presidente non c’è.
Esiste un coordinatore, il varesino Alberto Ribolla, che però è primus inter pares. E Taborelli non ha nessuna difficoltà a dichiararsi in questa intervista al Giornale.
Dunque avevano ragione i Contadini del tessile?
«Sì, hanno avuto il coraggio di porre un problema reale, puntando i piedi e, forse, pestandone anche qualcuno, ma hanno fatto bene. Non si può sempre mediare e cercare compromessi. In questo caso la ragione era dalla loro parte e il loro successo è molto importante».
Ma non pensa che Confindustria sia in imbarazzo?
«A questo punto credo di no. Il Club dei 15 non è un gruppo di rottura, ma inserito nell’Associazione, dove è ascoltato a dovere. E le posso assicurare che le posizioni emerse recentemente in giunta vanno in questa direzione. Confindustria appoggerà la legge con convinzione».
Sicuro?
«Sicurissimo, ci metto la firma. Ho l’impressione che il voto di giovedì alla Camera rappresenti un segnale di svolta molto importante».
Di ribellione?
«In un certo senso sì. L’Italia sta uscendo dalla recessione, eppure proprio ora la crisi colpisce duramente le aziende. La misura è colma. E il fatto che il provvedimento sia stato votato quasi all’unanimità dimostra che la politica finalmente ha capito le nostre esigenze».
Ma resta lo scoglio europeo. Non pensa che Bruxelles possa bocciare il provvedimento?
«Il rischio c’è, ma mi chiedo come possa ignorare il messaggio di straordinaria unione tra industria, popolo ed eletti emerso l’altro ieri in Italia. È giunto il momento che l’Unione europea capisca che la gente è stufa. Bruxelles deve prendere in considerazione i diritti di un settore industriale di cui tutti hanno cantato le virtù, ma che in realtà finora non è stato tutelato».
Che cosa rimprovera alla Ue?
«Da molti anni la Commissione decide le nostre politiche commerciali, ma finora ha difeso solo gli interessi delle grandi multinazionali che hanno la sede in Europa, ma producono tutto in Asia e che naturalmente non vogliono che le leggi sul Made in vengano introdotte».
È una lobby molto potente...
«Sì, ma il vento sta cambiando. Ed è significativo che il Parlamento europeo abbia proposto una norma che, in via sperimentale, per tre anni, renderà obbligatoria l’etichettatura dei prodotti finiti confezionati fuori dalla Ue. Secondo il ministro Urso, verrà adottata a breve».
Passetto incoraggiante, ma non risolutivo. Non crede?
«Bisogna guardare in faccia la realtà: americani e cinesi impongono ai propri produttori etichette che dicono tutto sulla provenienza del prodotto. Perché solo noi europei non lo facciamo?».
Anche diversi grandi marchi italiani sono notoriamente contrari alle leggi sul Made in. A loro cosa dice?
«Dobbiamo intenderci: in un’economia globalizzata è impossibile che la produzione sia indigena al 100 per cento. Ogni azienda ricorre a componenti o lavorazioni svolte in altri Paesi. Dunque il contagio è inevitabile, come peraltro riconosce la legge approvata. Però il marchio Made in Italy ha un valore enorme nel mondo, soprattutto tra le élite di Paesi emergenti come Cina, India o Brasile. Il ricco cinese non vuole un capo italiano che in realtà è prodotto a pochi chilometri da casa sua; pretende che sia autentico, giustamente».
E dunque?
«Si stanno aprendo immensi mercati che riusciremo a conquistare proprio grazie al vero Made in Italy. E questo nell’interesse di tutti, anche dei grandi marchi italiani».
http://blog.ilgiornale.it/foa/