Adesso l’India mette il bavaglio ai messaggini

Ufficialmente la norma choc serve a proteggere gli utenti dallo "spam"
pubblicitario. Caos sul governo che fissa per legge un tetto di 100 sms
al giorno: "Lo Stato non può limitare il diritto di comunicare"

Nuova Delhi Tutto è iniziato quando il ministro indiano delle Finanze Pranab Mukherjee ha ricevuto una telefonata promozionale nel mezzo di una importante riunione. Da allora è scattata la guerra al telemarketing dell’India culminata lunedì con il divieto di inviare più di 100 messaggini al giorno per le carte prepagate e 3 mila al mese per gli abbonati.

Il Paese della democrazia e della libertà di espressione si è visto obbligato a mettere il bavaglio agli oltre 800 milioni di telefonini in nome del rispetto della privacy e anche della pace interiore. L’invasione di sms, dalla vendita di alloggi a quella di cure per la calvizie, non si addice alla patria della meditazione e dello yoga. E comunque di recente era diventata un vero e proprio incubo. La Telecom Regulatory Authority of India (TRAI), che gestisce I telefonini, riceveva 40 mila segnalazioni di abuso al mese, mentre secondo stime della stampa ogni giorno prima della limitazione c’erano qualcosa come 75 milioni di sms spazzatura al giorno, il che vuol dire una media di 30 o 40 a testa. Decisamente troppi.

Da qui la censura del Ministro delle telecomunicazioni Kapil Sibal che oltre al tetto dei 100 messaggini, che non vale duranete le feste comandate, ha introdotto anche l’obbligo per gli invadenti telepromotori di iscriversi a un registro speciale. Ovviamente ci sono mille modi per aggirare il divieto, ma per ora sembra funzionare e da lunedì i telefoni sono diventati improvvisamente silenziosi.
Non tutti però hanno gradito la pesante irruzione a gamba tesa del governo nel sacro santo diritto a «messaggiare» in libertà a quante persone ci pare. Gli indiani in questo sono molto simili agli italiani. Con un ritmo di 30 milioni di sottoscrizioni al mese, il telefonino sta raggiungendo ogni angolo, dall’Himalaya alle isole Andamane e dagli «intoccabili» ai bramini. Grazie alle basse tariffe e alla copertura capillare, il successo è stato veramente trasversale.

Come da noi il cellulare è poi diventato status symbol e orgoglio tecnologico in una nazione che ha usato l’industria informatica per il suo riscatto economico mondiale. Fin troppo forse, dato che oggi ci sono più telefonini in India che gabinetti. Il che la dice lunga su un Paese che ha ancora tanta miseria e squallore nascosti dietro la facciata luccicante. Non sorprende quindi che la misura abbia sollevato qualche malumore e sospetto di «intervento dittatoriale». Un normale indirizzario di un’agenzia di PR contiene almeno un migliaio di nomi. Quindi, niente più inviti a feste, vendite scontate, mostre di pittura e neppure più conferenze stampa per i giornalisti. E ora c’è già chi prevede una migrazione di massa su Twitter, dove il ministero degli Esteri è già presente per le sue esternazioni. «Soltanto perché le pubblicità mi scocciavano, ora non sono più libero di mandare quanti sms voglio!» si lamenta su un giornale una donna di affari, Geeta Singh, che aveva l’abitudine di mandare barzellette più volte al giorno ai suoi oltre 700 contatti telefonici.
Non è contento neppure il direttore generale dell’Associazione di Operatori Cellulari, Rajan S.Matthew, convinto che ci siano altri modi per risolvere il problema dello «spam» piuttosto che limitare un servizio «usato tantissimo perché comodo e non costoso».

Qualcuno poi e’ arrivato anche a sospettare che sia un modo per bloccare rivolte popolari come quella del «nuovo Gandhi», il pacifista Anna Hazare, che dopo uno sciopero della fame di 12 giorni ad agosto ha costretto il governo ad accettare una draconiana legge sulla corruzione.
In quella occasione gli sms erano stati il veicolo principale della mobilitazione generale e dei picchettaggi davanti alle abitazioni dei ministri a New Delhi per chiedere una «manipulite».