Adesso a Manhattan vanno di moda le Mary Poppins cinesi

La classe dirigente americana sceglie tate orientali. Così i figli imparano l’idioma del futuro: il mandarino

Mariuccia Chiantaretto

da Washington

Qualche anno fa si insegnava ai figli l’arabo, considerata la lingua del futuro. Secondo i nuovi criteri la lingua su cui puntare adesso è il mandarino e i genitori americani più ambiziosi stanno cercando freneticamente tate cinesi. In America, il Paese dove nascono trend che rotolano poi nel dimenticatoio non prima però d’essere copiati da mezzo mondo, è di gran moda la corsa alla Mary Poppins con gli occhi a mandorla.
Qualche genitore più ambizioso degli altri non ha aspettato che le agenzie specializzate in Au Pairs fossero pronte. Hanno messo sotto pressione i conoscenti che trattano affari con la Cina chiedendo loro di trovare una nanny. Il compito della ragazza è di leggere favole nella lingua considerata il futuro dell’economia mondiale ed insegnare ai pargoli a contare fino a dieci. Per dare una marcia in più ai figli Jim e Paris, di 5 e 6 anni, Joan Friend, ex presidente di una società di Silicon Valley, si è accaparrata la prima tata cinese sbarcata in America, Hongbin Hu, di 23 anni, ribattezzata sul campo Cecilia. Hongbin, nata ad Harbin, a nord di Pechino, è stata convinta all’esperienza americana da amici della signora Friend che importano prodotti cinesi. Poiché le pratiche per il visto erano complesse, la signora Friend ha chiesto all’agenzia Go Au Pair di trattare con l’immigrazione americana. Secondo il contratto stilato da Go Au Pair, Cecilia non può lavorare più di 45 ore la settimana. Oltre allo stipendio ha diritto al rimborso delle spese di viaggio e la signora Friend deve farle conoscere usi e costumi americani. Jim, Paris e la mamma hanno già portato la tata in Arizona, a San Francisco e a Newport Beach. «I miei bambini - ha spiegato Joan Friend - avevano già preso lezioni di cinese. Gli insegnanti cui li avevo affidati però non li prendevano sul serio e si limitavano a farli giocare. Credo che la Cina dominerà presto il mondo della finanza. Voglio che i miei figli, se lo desiderano, possano prendervi parte».
«Fino al 2004 - ha spiegato la direttrice di Au Pair America, Ruth Ferry - nessuno chiedeva babysitter cinesi. In meno di due anni abbiamo ricevuto 1400 domande. Il reclutamento e i visti pongono gravi problemi ma nei prossimi 12 mesi faremo arrivare altre 200 ragazze». «I genitori che si rivolgono a noi - ha spiegato William Gertz dell’American Institute of Foreign Study, l’ente che gestisce il reclutamento di Au Pair America - appartengono alla classe medio alta. Si sono resi conto che nel mondo sta accadendo qualcosa e vogliono stare al passo con i tempi». Jean Lucas e il marito Sky, gestore di un fondo di investimento a Tampa in Florida, sono in attesa della sospirata nanny cinese che arriverà ai primi di ottobre. «Mio marito - spiega la signora Lucas - segue l’economia cinese. È convinto che le relazioni internazionali si migliorino imparando la lingua dei Paesi con cui si commercia. Non ci aspettiamo che la tata insegni ai bambini la lingua. Vogliamo vederli familiarizzare col suono divertendosi».
Uno dei motivi per cui è difficile per le agenzie di Au pair trovare ragazze cinesi disposte a trascorrere un anno in America è il retaggio culturale dei villaggi, dove una ragazza che ha studiato non fa la bambinaia, ma lavora dietro ad una scrivania. «Nel mio Paese ci sono dei pregiudizi sulle babysitter - ha raccontato sbarcando in America Man Zhang -. L’obiezione più frequente che mi facevano amici e parenti era perché, con una laurea, volevo andare a badare ai bambini americani». Man Zhang, 24 anni, in realtà ha un programma ben chiaro in mente. L’idea di fare un’immersione nel sistema di vita americano l’ha avuta guardando il telefilm Friends. In America, Man intende imparare perfettamente l’inglese per poter aprire, quando tornerà in patria, un asilo nido per bambini stranieri. Oltre all’ambizione di mettere i figli sul binario giusto, l’altro motivo per cui c’è richiesta di nanny cinesi è la necessità per le coppie che hanno adottato bambini in Cina di avere qualcuno che parli l’unica lingua che il bebè capisce e, possibilmente, non fargliela dimenticare. A questo scopo a New York ci sono già scuole che offrono il mandarino come lingua alternativa allo spagnolo e al francese. L’Istituto privato St. Hilda & Hugh ha un corso per bambini a partire dai tre anni. La preside Virginia Condor non ha dubbi sul fatto che i bimbi impareranno la lingua: «Se sono capaci di dire “buongiorno” in francese, riusciranno a dire “grazie” in mandarino».