Adesso nelle metropoli il vero terzo polo è Grillo

L’antipolitica irrompe a Palazzo: il partito del «vaffa» sfiora il 10% a
Bologna, supera i finiani a Torino e conquista il 4% a Milano con un
candidato ventenne. Un successo a costo zero grazie a internet e
populismo. E c’è chi giura: i grillini saranno la nuova Lega

Il vero terzo polo. Il partito del Vaffa. La Lega di sinistra. L’antipolitica che scuote il palazzo.
Adesso le definizioni si sprecano. E cominceranno le analisi, gli approfondimenti alle radici del fenomeno. Perché, sebbene qualcuno negli ultimi giorni se ne fosse già accorto, ora è ufficiale. Il movimento Cinque stelle è la vera sorpresa di queste elezioni amministrative. La mina vagante che stavolta è esplosa. La protesta paga. La contestazione dei partiti, di sinistra e di destra, ha fatto breccia. A Bologna e Torino i grillini sono la terza forza assoluta. Non a caso, a spoglio ancora in corso, Bersani ha subito intonato la serenata a Beppe Grillo: «Non si può stare sempre nell’infanzia e se si diventa un soggetto politico bisogna tirare le somme e decidere». Insomma, venite con noi.

A Milano, nella città più difficile, dove la campagna elettorale è stata più esasperata, il 4 per cento scarso conquistato da Mattia Calise, un ragazzo di vent’anni senza alcuna esperienza politica, si avvicina al 6 di Palmeri dell’Udc, già capo del consiglio comunale e da anni sulla piazza. A Torino il candidato grillino (Vittorio Bertola) e quello del Terzo polo (Alberto Musy) sono appaiati attorno al 5 per cento, con una leggera prevalenza del primo. Il vero exploit a Cinque stelle però si registra a Bologna, dove Massimo Bugani è in doppia cifra, terzo assoluto dietro a Virgino Merola del centrosinistra e il leghista Bernardini. Nella città di Fini e Casini, dove Grillo organizzò il primissimo Vaffa-Day, il suo candidato ha più che doppiato quello del Terzo polo. A Napoli, invece, il risultato del dipietrista Luigi De Magistris che ha sconfitto Mario Morcone di Sel, prenotando il ballottaggio con Gianni Lettieri (Pdl), non può essere attribuito al movimento di Beppe Grillo. Tuttavia, è indubbio che un po’ di grillismo scorra anche nelle sue vene.

Poco visibile se si eccettuano le recenti apparizioni regalate da Michele Santoro nel suo calderone del giovedì sera, trainato dalla verve iconoclasta di Beppe Grillo, Cinque stelle vive e prolifera in rete. Il blog dell’ex comico, che le cinque stelle le insegue anche in vacanza, è tra i più cliccati in assoluto, corroborato anche dagli interventi di Marco Travaglio. Poi ci sono le sinergie con Il Fatto quotidiano, altro sponsor mediatico del grillismo. Oppure le paginate del Corriere della Sera come quella con il colloquio tra Grillo e Celentano dal quale prese le distanze persino il direttore Ferruccio de Bortoli.

Ma è il web, il più mobilitante, efficace e capillare dei media, la vera arma vincente di Cinque stelle. Lo si è visto in tante occasioni recenti, rivolte nordafricane comprese. La rete diffonde un tam tam massiccio a costo zero e, nelle campagne elettorali, è in grado di ridurre al minimo le differenze nell’impiego di risorse propagandistiche. Quando si radunano nelle piazze i grillini sembrano spuntare dal nulla come una sorta di fiume carsico della comunicazione. In questi anni a Grillo è bastato lanciare pochi argomenti a presa rapida per ottenere un seguito diffuso, soprattutto tra le generazioni più giovani. La campagna per le liste pulite, il divieto di ricandidarsi dopo due mandati, la riduzione dei compensi per i consiglieri regionali, la battaglia contro il nucleare e la cosiddetta privatizzazione dell’acqua. Temi semplici, venati di qualunquismo, propri dell’antipolitica. Per i quali, non a caso, molti osservatori hanno paragonato la crescita di Cinque stelle a quella della prima Lega nord, che pure aveva un radicamento territoriale contro «Roma ladrona». In fondo, è lo stesso bersaglio di Grillo & Co. Con la differenza che Cinque stelle condisce di giacobinismo giustizialista la sua campagna per la legalità. E il radicamento, anziché sul territorio ce l’ha su internet.

Per il resto le accuse ad alzo zero contro i partiti ricorda quello del primo Carroccio. «Il Pdl e il Pdmenoelle» sono accomunati nelle invettive spesso dai toni triviali. Come quando, appena qualche giorno fa, chiudendo la campagna elettorale a Bologna e cedendo il palco a Nichi Vendola, si è lasciato scappare un poco equivocabile «at salut buson». Salvo poi precisare che il complimento non era rivolto al leader di Sinistra ecologia e libertà e scaricare la colpa sui soliti giornalisti.