Adesso il Pd vuole soldi pure dal Giornale...

Bersani in difficoltà sulla questione morale che investe il partito dopo la sfilza di indagati democratici minaccia querele. Invece di minacciare il giornale cacci i suoi collaboratori<br />

In questi giorni è difficile distinguere il segretario del Pd Pierluigi Bersani dal suo imitatore principe Maurizio Crozza. Le battute sono esilaranti. Dice: "Il Pd è totalmente estraneo a tutti i fatti di cronaca di cui si parla, quando solo negli ultimi anni sono ben 102 i suoi dirigenti indagati, arrestati, rinviati a giudizio o che hanno subito condanne. Dice: "Abbiamo fiducia nella magistratura, non accettiamo calunnie", quando i giornali si stanno limitiando a pubblicare atti e ipotesi di accusa che escono da due Procure della Repubblica. Dice: "Fermeremo la macchina del fango", riferendosi probabilmente alle riflessioni di due imprenditori che raccontano di tangenti al partito e che, almeno in apparenza, son un po' più credibili delle escort e dei pentiti di mafia da lui accreditati in un recente passato per infangare Berlusconi. E infine dice: "Adesso partono le querele, stiamo pensando a una class action di tutti gli iscritti contro i giornali". E qui siamo alla minaccia, al tentativo di spaventare e zittire, al bavaglio democratico. Strano, per uno che soltanto un anno fa scese in piazza per la libertà assoluta di stampa contro il tiranno Berlusconi (aggredito sul piano personale da l'Unità e La Repubblica).

Non volendo mandare a quel paese i magistrati, non potendo querelare loro, Bersani-Crozza se la prende con i giornali. Anzi, per la precisione con questo giornale. Certo, non può prendersela con la Repubblica, che da giorni ignora in prima pagnia la tangentopoli di sinistra, relegando il caso nelle pagine interne senza approfondimenti e senza le ormai famose dieci domande al potente di turno. Bersani-Crozza non ha il coraggio di querelare il Corriere della sera, che ieri con un editoriale di Antonio Polito gli ha fatto un mazzo tanto per le clamorose omissioni della sua autodifesa. Il segretario schiena dritta risparmia il Fatto di Travaglio, che sempre ieri lo ha uccisio ponendogli sette domande micididali che da tempo aspettano risposte.

Per esempio: "Siccome il suo partito ha portato in Parlamento due pregiudicati più vari inquisiti e indagati, siccome avete mandato al Senato Alberto Tedesco, che si era appena dimesso da assessore pugliese per corruzione, le domando: il suo codice etico prevede maglie così generose? Oppure: Se lei ha presentato Gavio a Penati, se Penati ha fatto guadagnare 176 milioni a Gavio e se Gavio ne ha subito investiti 50 nella scalata Unipol-Bnl, che dobbiamo pensare? A una sfortunata serie di coincidenze?"

Insomma, finalmente il muro di omertà mediatica e di protezione giudiziaria che ha protetto il Pd si sta sfaldando. A Bersani resta soltanto la complicità di La Repubblica, proprietà non a caso di quel De Benedetti tessera numero uno dei Ds-Pd.

Neppure il Tg3 ci dà dentro come quando c'è di mezzo il Pdl, e forse la spiegazione è nel conflitto di interesse che sta nel cognome della sua direttrice, Bianca Berlinguer. E lui che fa? L'unica cosa che fa da diciotto anni (oltre a interessarsi di banche e autostrade), cioè prendersela con Silvio Berlusconi, questa volta puntando il giornale di famiglia. La macchina del fango, caro segretario, non è da queste parti, ma dentro il suo partito (102 vicende giudiziarie in pochi anni non sono poche) e da ieri lei ne fa parte a pieno titolo. Invece di minacciare il giornale (è una cosa da comunisti) cacci i suoi collaboratori, ammesso che possa farlo. E nel caso, se gliel'hanno fatta sotto il naso, si dimetta lei, invece che chiederci soldi (non siamo mica il compianto Gavio). Soldi che, secondo quanto sostengo i pm della procura di Milano, non dovrebbero mancarvi.