Adesso persino il nascituro esiste soltanto se è on line

Si chiama <em>Kickbee</em>, è una specie di fascia elastica con sensori che registrano i movimenti del bambino. Per poi metterli in Rete. Sul sito <em>twitter.com</em> diffusi movimenti e calci nella pancia della madre

Il nome di Kickbee potrebbe, nel prossimo futuro, diventarci familiare come quello di Facebook, oppure scomparire nel nulla, come è accaduto e accadrà a decine di social network che per breve tempo compaiono nelle classifiche dei siti internet più cliccati del mondo. Come attraversa il pianeta in un nanosecondo, così il web ha la capacità di rendere decrepiti, preistorici i propri oggetti nel giro di pochi giorni. Vi ricordate Second Life? Sembra mille anni fa, invece sono solo pochi mesi.

Ma noi adesso vogliamo parlare di Kickbee, che è uno strumento messo a punto da un gruppo di ricercatori della New York University. A vederlo, ha l’apparenza di un indumento, e in effetti lo è (anche). Si tratta di una specie di fascia elastica, o di obi (immagino se ne potranno realizzare diversi modelli), destinato alle donne in dolce attesa. In questa fascia sono nascosti alcuni sensori in grado di registrare i movimenti del bambino nel ventre della mamma e di trasformare questi deboli impulsi, per mezzo di un’applicazione Java, in dati trasmissibili via bluetooth a un pc o a un mac e, di lì, al sito twitter.com, dove questi dati compaiono in forma di messaggi nei quali il nascituro annuncia, alla tal ora del tal giorno, di essersi mosso o di aver scalciato nella pancia della mamma.

Se la scommessa-Kickbee andrà in porto, il web si riempirà di gioiosi calci, secondo la filosofia di ogni social network che si rispetti, ossia che tutto è comunicazione. Dunque, pur non avendo nessun diritto di nascere (mentre ha il diritto di morire) e pur non sapendo se nascerà o no, l’uomo per il momento ha il diritto di scalciare e di farlo sapere al mondo, perché che calcio sarebbe se il mondo non lo sapesse?

Il nostro augurio è che Kickbee abbia un immediato e irreversibile insuccesso, ma c’è anche la possibilità che le cose non vadano secondo il nostro desiderio e che, anzi, le prime a smentirci siano proprio le nostre figlie - parlo della mia generazione, quella dei cinquantenni - o le loro amiche più care. Non solo: è anche possibile che la smentita segua un iter non molto diverso da quello che noi stessi seguimmo, una trentina d’anni fa e poi tante altre volte in seguito, nei confronti delle novità tecnologiche, quando quelle che ci sembravano sciocchezze partorite da buontemponi amanti dell’elettronica si trasformarono in poco tempo in bisogni primari.
La forza della tecnologia sta, almeno in parte, nell’essere riuscita (a differenza della scienza) a persuaderci della propria neutralità. Tutti sappiamo che la neutralità è una frottola, e che l’osservazione (per non parlare della comunicazione) modifica il proprio oggetto, non lo può lasciare tale e quale. Ma la tecnologia aggirò questa verità presentandosi a noi nella forma del gioco, del divertimento, del tempo libero, oppure del gadget, dell’oggetto del desiderio: il minimo di impegno per il massimo di desiderabilità. Chi ebbe per primo questa idea fu un genio.

La rivoluzione tecnologica cominciò con i videogame (noi, incanutiti figli di Space Invaders), e i primi telefoni cellulari ci furono venduti non già come cose necessarie, ma come un lusso, uno status symbol (altra espressione finita in solaio ormai da anni). Quando acquistai il primo cellulare non avrei mai pensato che, di lì a poco, uscire di casa senza telefonino sarebbe stato come uscire a culo nudo.

Lo stesso può accadere per Kickbee, secondo la meravigliosa battuta di un personaggio de Il revisore di Gogol’: «Che sciocchezza! Del resto, perché no?». Si sa che sono sciocchezze, ma perché non provarci? La tecnologia infatti è eccitante. Ma, come dice Zygmunt Baumann, ci divora mentre noi crediamo di divorare lei. Non basta dire che è stupida - «i computer sono stupidi» mi disse il primo che me ne parlò proponendomi l’acquisto -, bisogna trovare qualcosa che sia più eccitante di lei. E non è facile.

E intanto interi pezzi di noi vengono mangiati e digeriti. Proviamo a pensare solo per un istante a Kickbee. Che cos’è, Kickbee, se non un (ennesimo) strumento di deviazione di sentimenti e passioni? Il dialogo segreto che si stabilisce tra la mamma e il bambino che tiene in grembo appartiene alla segretezza su cui si regge il mondo, a quella radice profonda - l’essere come esperienza - che sta oltre la propria comunicabilità, come disse Dante: «che ’ntender no la può chi no la prova».

Mettere in Rete i calci del proprio bambino è come deviare questo dialogo profondo, ridurlo a pura mediaticità di fronte non già al mondo, ma a sé stessi. L’equivoco su cui si fonda tanta comunicazione sta infatti nell’illusione di conoscere già quello che diciamo al mondo, mentre spesso lo gridiamo proprio perché non ne sappiamo niente.

Stare di fronte alla vita del proprio bambino che nascerà, come un io davanti a un tu, non è cosa da poco. La vita che facciamo, assorbita dal fantasma della comunicazione, rende difficile questo testa-a-testa, perché in effetti stare davanti alla realtà è difficile, come dimostra la stragrande maggioranza dei delitti (anche prenatali), che nascono esattamente da questo disagio.

Tutto comincia come un gioco neutrale. Pensiamo di alleggerire la nostra vita, ma non è così. Sull’epigrafe dell’ultimo libro di Baumann (Consumo, dunque sono, Laterza) leggo questa frase di Pierre Bourdieu: «Non v’è peggior spossessamento, peggior privazione, forse, di quella dei vinti nella lotta simbolica per il riconoscimento, per l’accesso a un essere sociale socialmente riconosciuto, cioè, in una parola, all’umanità».