Adesso la Quercia teme la trappola Marini

Il presidente dei Ds potrebbe essere il candidato della sinistra nel primo scrutinio con il quorum ridotto. Però il gioco rischia di fallire: Napolitano ha raccolto un consenso inaspettato

Laura Cesaretti

da Roma

«Certo se eleggiamo Napolitano ci tocca pure sorridere e fare festa, come se avessimo vinto davvero». All’amarezza dei dalemiani dà voce una dirigente di lungo corso e senza peli sulla lingua come Rita Lorenzetti, oggi presidente della regione Umbria e a lungo parlamentare della Quercia. È arrivata ieri a Roma come Grande Elettrice convinta di coronare un sogno, ma ha scoperto che «invece ci siamo incartati, e ora non la vedo scura: la vedo scurissima, e sarà difficile uscirne». E a chi le chiede se ci sia stato un errore di gestione della candidatura D’Alema, la presidente umbra risponde: «Da noi in questi casi la colpa è sempre del segretario».
L’«incartamento» di cui parla la Lorenzetti nella tarda serata di ieri è diventato una prospettiva ancora più allarmante: dalla Cdl non è arrivato l’atteso (e promesso da Casini) via libera al senatore a vita ds, e il centrodestra, che stamani voterà scheda bianca, ora attende dall’Unione una prova di compattezza sul suo candidato. E nelle file della Quercia ieri sera si respirava il timore di un trappolone: «Se la Cdl non molla, Napolitano dobbiamo cominciare a votarcelo da soli - spiega il verde Paolo Cento -. E abbiamo solo 40 voti di margine: il rischio di andare sotto al quorum necessario è concreto: a quel punto, la “soluzione istituzionale” diventerebbe inevitabile». La soluzione istituzionale ha un nome solo, quello di Franco Marini, presente nella rosa della Cdl. A quel punto, dicono i boatos, Berlusconi potrebbe garantire che al Senato venga eletto un nuovo presidente ds (lo stesso Napolitano, Angius o Finocchiaro). «Ma per noi sarebbe una soluzione devastante», ammette il fassiniano Morri, un’umiliazione finale che il contentino di Palazzo Madama non lenirebbe. «Siamo in un casino politico», sospira Antonello Cabras. Per questo la linea impressa ieri dal Botteghino è «Napolitano o morte»: «È il nostro vero candidato, e dobbiamo tenere fino in fondo su di lui», ha ripetuto Fassino.
È stato Massimo D’Alema, nella convulsa giornata di domenica, a capire che sul suo nome la partita si stava chiudendo, dentro e fuori l’Unione, e a sparigliare lanciando il nome di Giorgio Napolitano, da lui stesso contattato per chiedergli la disponibilità. L’intervista di Piero Fassino al Foglio, con quel «programma presidenziale» in quattro punti, aveva scatenato le ire di Romano Prodi, che si è sentito delegittimato: «Da quando in qua il programma di governo lo detta il candidato al Quirinale?». A farlo infuriare, raccontano i suoi, sarebbe stato soprattutto quel primo punto che garantiva lo scioglimento delle Camere in caso di inciampo parlamentare del governo. Ma anche in casa ds quell’intervista ha seminato fortissimi malumori: «Sono andato da Fassino e gli ho detto: se questo è il programma del nostro candidato al Colle, io piuttosto voto Gianni Letta», raccontava ieri il capo del Correntone Fabio Mussi ad alcuni parlamentari.
Il rilancio della candidatura da parte dei suoi pasdaran ha irritato D’Alema: ha cominciato Luciano Violante di prima mattina, annunciando in diretta a Radio Radicale che se la Cdl dicesse no a Napolitano, si dovrebbe necessariamente tornare a D’Alema. «Il maggior partito della coalizione ha diritto a presentare una sua candidatura per la presidenza della Repubblica», ha affermato l’ex presidente della Camera. E se dovesse tornare in campo la candidatura del presidente della Quercia e nel segreto dell’urna venisse bocciata, «si aprirebbe un problema politico che andrebbe affrontato con la necessaria fermezza». Nel primo pomeriggio, nella riunione della segreteria ds, un’altra fan dalemiana come Livia Turco ha tentato di riaprire il discorso: «Se non c’è l’apertura della Cdl a Napolitano, dobbiamo rimettere in pista il nostro candidato più forte». Ma è stato lo stesso D’Alema, raccontano, a zittirla bruscamente: «Io mi sono già tirato fuori. E una mia candidatura potrebbe riemergere solo in un quadro politico mutato, che allo stato non c’è. Quindi basta tirarmi in ballo: ora è necessario investire tutto su Napolitano, e portare un ds al Quirinale». Chi ci ha parlato, ha trovato il presidente della Quercia assai amareggiato dall’atteggiamento della Cdl e di Berlusconi: «Se si doveva dire no a me, lo si doveva fare con maggiore senso di responsabilità, non annunciando cose fuori dal mondo come lo sciopero fiscale».