Adesso salvate il soldato Storace

Giù il cappello di fronte a Francesco Storace, se non altro perché in un tempo in cui la politica ci ha abituati a sopprimere il concetto di dimissioni lui ne ha date molte e ventilate di più. Come ieri, quando ha rimesso a disposizione il suo mandato di leader della Destra preoccupato per il rischio di spolpamento del suo partito, e dal rischio di logoramento della strategia messa in campo alle elezioni politiche. Certo, dirà qualcuno, ma poi magari resta in sella lo stesso.

Ci verrebbe da dire che Francesco Storace resterà in sella sempre e comunque, ma non possiamo fare a meno di osservare, il gioco beffardo delle coincidenze e delle vite parallele, proprio nello stesso weekend in cui il fantasma di Grazia Francescato, la dama che vedeva gli arcangeli, ritorna sulla poltrona di presidente dei Verdi, la stessa che occupava un lustro fa, Storace mette in gioco la sua poltrona.

Non è la prima volta che lo fa, si era già dimesso da ministro, sull’onda dell’inchiesta sul voto per le regionali del Lazio, quella in cui un’intrusione informatica aveva silurato la candidatura di Alessandra Mussolini. Anche qui qualcuno potrebbe dire, ovvio, un amministratore pubblico se indagato si dimette. Ma anche in questo caso, si perderebbe il conto degli esempi di leader imbullonati alla propria poltrona, a cominciare da Antonio Bassolino che dopo aver distrutto il ciclo dei rifiuti in Campania, e dopo avere negato qualunque responsabilità, e dopo avere dribblato come fosse acqua fresca l’inchiesta che lo ha coinvolto, ha avuto la faccia tosta di cantare vittoria, proprio ieri, dichiarando, nello stesso giorno in cui Silvio Berlusconi annunciava la risoluzione del problema: «Ho fatto bene a restare».

No, nell’Italia in cui Indro Montanelli aveva coniato il nomignolo di «rieccolo» per raccontare gli infiniti ritorni di Amintore Fanfani, nell’Italia delle dimissioni sempre annunciate e mai date, si potrà condividere poco o nulla delle idee politiche di Storace e delle sue scelte, ma non si può negare che «Checco» la sua faccia ce la mette, eccome. Già alle elezioni politiche fece un passo indietro quasi clamoroso lasciando spazio a Daniela Santanchè, indicata come candidata premier. E in fondo la sua stessa carriera, era iniziata da ragazzo, con un altro gesto controcorrente, aveva accettato di fare il segretario della sezione di Acca Larenzia nel 1978, immediatamente dopo la strage in cui erano morti tre dei suoi camerati, quando tutti fuggivano da quell’incarico e le macchie del sangue erano ancora sull’asfalto.

Anche chi non condivide nemmeno una delle idee di Francesco Storace gli deve dare atto che l’uomo è così, sempre un po’ guascone, ma anche capace di scelte spericolate, uno che se gli gira non si fa problemi a violare la sacralità di Rita Levi Montalcini, uno che se gli gira critica anche il presidente della Repubblica, uno che se gli gira mette in gioco un seggio sicuro in Parlamento perché vuole rischiare sulla lotteria del quorum il fatidico 4% della sua Fiaccola. Insomma, sicuramente questo mandato che ieri Storace ha rimesso ritornerà ancora nelle sue mani, ma nelle sei o sette vite che conosciamo di Storace, militante di base, autista, dirigente missino duro e puro, portavoce, «Epurator» della commissione di vigilanza, «Governator» alla regione Lazio, ministro polista, e critico del centrodestra, c’è anche questa sorprendente vocazione alle dimissioni.

Storace è anche un grande battutista: dopo avere affibbiato al suo concorrente per la regione Lazio Piero Badaloni il nomignolo di «tisana», per il suo non effervescente temperamento, si riservò il piacere della beffa. Al momento del passaggio di consegne dopo la sconfitta, Badaloni gli tese la mano: «Piacere, tisana... ». E Storace: «Piacere, Pisana... ». Dove la Pisana è la sede della regione. A Rosy Bindi, con cui aveva avuto memorabili sfide, riservò una freddura da caserma: «Sapete perché il Ppi resta piccolo? Perché ce l’ha in mano Rosy Bindi», alla fine, dopo tante scelte difficili, sbagliate, controcorrente, l’impressione è che ogni volta che cade Storace trovi il modo di ritornare in piedi, proprio perché in tempi di grande codardie, ha questa caratteristica: ci mette la faccia, tanto da esporre persino in pubblico i tormenti del suo bilancio familiare. Forse è un velleitario, forse è destinato alla sconfitta, forse le sue idee sono anacronistiche, e forse no. L’unica cosa certa è che sarà veramente al tappeto solo il giorno in cui un avversario lo brucerà con una battuta all’altezza di quelle che lo hanno reso famoso. Salvate il soldato Storace.