«Adesso la sinistra usa Bisagno fingendo di dimenticare come morì»

(...) i ricordi, nella mente lucidissima di questo medico genovese in pensione, «amante della libertà», che ha conosciuto personaggi e vissuto fin da ragazzo vicende da romanzo. Con un piccolo particolare, però: che si tratta di personaggi storici e di vicende vere, di vita vissuta. «Avevo neanche diciott’anni - spiega -, e già frequentavo esponenti della Resistenza, alcuni dei quali erano miei ex compagni di classe dai Maristi». Aggiunge che lui, fin quasi all’epilogo del Ventennio, abitava dove ora c’è la filiale della Banca Carige, in piazza delle Americhe. «I miei familiari vivevano in un bel palazzo, finché un giorno, almeno così mi hanno spiegato i miei, Mussolini gliel’ha fatto lasciare. Poi l’edificio è stato bombardato, sono rimasti solo i ricordi... L’ho rivisto solo in una fotografia appesa al muro nell’ingresso del palazzo dove c’è la redazione del vostro Giornale». La nostalgia torna alle spalle, «ora c’è da censurare, a dir poco, il manifesto dell’amministrazione regionale». Narici s’infervora, dice di essere «sconcertato, esterrefatto. Perché, vede - spiega, rispolverando la memoria storica - lo so bene cosa si è sempre raccontato di Bisagno, il massimo esponente della Resistenza in Liguria, morto (ucciso?) a ventiquattro anni quando era un leader ascoltato e rispettato. Rispettato, dico, eccetto che dai suoi nemici, anche partigiani come lui, ma anche completamente diversi da lui, di un’altra ideologia». Narici si vede ripassare davanti agli occhi gli anni e gli episodi che del resto non ha mai voluto dimenticare: «Bisagno, uomo di grande fede religiosa, avverso a tutti i totalitarismi, finì i suoi giorni il 21 maggio 1945 ufficialmente in un incidente stradale presso Desenzano». La storia scritta è nota: Bisagno accompagnava a casa gli alpini del battaglione Vestone della Divisione Monterosa che avevano scelto di combattere con i partigiani. La dinamica dell'incidente - è sempre la storia scritta a parlare - non è mai stata ricostruita nei dettagli: si è parlato di una frenata brusca del mezzo su cui era salito Aldo Gastaldi, di una caduta accidentale dal tetto della cabina di guida. Fatto sta che Bisagno venne travolto e ucciso dalle ruote del camion. «Una parabola di caduta a dir poco acrobatica...». Immediato il sorgere dei sospetti: la morte sarebbe rientrata «nei regolamenti di conti tra fazioni avverse che ebbero luogo alla fine della guerra». È ancora a questo che fa riferimento il dottor Narici, senza naturalmente voler pronunciare alcuna sentenza definitiva: «Ma da qui - conclude - ad acconsentire in silenzio che usino le frasi di Bisagno gli epigoni di quelli che lo avversarono in vita, pur militando dalla stessa parte della Resistenza, mi pare troppo. Ecco: troppo». L’esempio di un’Italia rinata e sana, insomma, cui fa riferimento il manifesto in questione, sarebbe meglio darlo coi fatti di oggi, piuttosto che con le frasi di ieri. A meno di non ammettere che, da certi pulpiti contemporanei, l’unico modo di esprimersi sia quello di rubare frasi alla Storia.