Adesso al tavolo del dialogo Maroni è diventato il diavolo e Calderoli l’acquasanta

da Roma

Va bene che il primo ha tutti i giorni a che fare con il nodo spinoso della sicurezza, sul quale il centrodestra ha promesso in campagna elettorale piglio deciso e pugno di ferro. E che il secondo s’è invece immerso ormai da tempo nella melassa delle riforme nella quale si resta a galla solo cercando appigli un po’ dappertutto. È vero che uno se la deve vedere con l’immigrazione, le impronte e le polemiche spesso pretestuose dell’Unione europea mentre l’altro gioca al tavolo politicamente meno scomodo del federalismo fiscale e delle riforme istituzionali. Ma una tale inversione di ruoli tra «i due Roberti» più noti della Lega davvero non se l’aspettava nessuno.
Solo pochi mesi fa era Maroni l’uomo del dialogo con il Pd, l’ambasciatore della Lega nel centrosinistra. Stimato, elogiato e rispettato, tanto da convincere Luciano Violante a scrivere di suo pugno un intervento per la Padania sulla questione riforme. Una vera e propria liaison quella tra Maroni e la sinistra, al punto che Silvio Berlusconi arrivò a dire in una delle tante cene ad Arcore che si stava «follinizzando». D’altra parte, si diceva allora per derubricare il tutto come un fatto scontato, Maroni è cresciuto a sinistra, eskimo d’ordinanza e il manifesto sotto al braccio. E sempre pochi mesi fa erano Calderoli e le sue provocazioni a far impazzare sulle agenzie di stampa le dichiarazioni sdegnate dell’allora maggioranza di governo. D’altra parte, il ministro della Semplificazione qualche tempo fa sul punto è stato piuttosto chiaro: per ottenere l’attenzione di giornali e tv a volte bisogna «spararla grossa». Così sulla castrazione a colpi di forbici per gli stupratori o sul più recente Maiale day. Insomma, per il centrosinistra Maroni e Calderoli sono sempre stati il diavolo e l’acquasanta. Che poi è la stessa cosa che accade oggi, anche se con una postilla: a ruoli completamente invertiti.
E così, passati neanche quattro mesi da quando si è insediato il governo, il ministro dell’Interno è diventato uno dei principali bersagli del centrosinistra. Eloquenti le pagelle ai ministri - peraltro piuttosto clementi - pubblicate su Liberazione, quotidiano di Rifondazione comunista. Che, seppur giocando sull’ironia, rifila a Maroni un bel «Tre» perché, si legge sul giornale di Piero Sansonetti, «su razzismo, xenofobia e impronte ai rom non si scherza». Decisamente l’ultimo della classe, seguito da Umberto Bossi, che però se la cava con un «Cinque». E Calderoli? Poco ci manca e Liberazione gli dà la pagella d’oro: incassa un «Sette» e qualche elogio. Perché «ha imparato a tacere». «Solo sei mesi fa - scrive il quotidiano di Rc - parlava spesso a sproposito, ora è cresciuto e non ha ancora provocato rivolte in Libia».
Il cambio di passo, dunque, è piuttosto evidente. Ancor di più dando uno sguardo alla festa del Pd di Firenze. Ieri Maroni ha dato forfait e non ha partecipato al faccia a faccia con Marco Minniti, ufficialmente perché febbricitante, anche se a Firenze sono stati molti i dirigenti piddìni a buttar lì che sarebbe stato ostico difendere le ragioni del governo su immigrazione e sicurezza davanti a una platea che si annunciava decisamente ostile. E proprio su quello stesso palcoscenico, solo pochi giorni fa, Calderoli stava seduto con il sorriso sulle labbra mentre il pubblico riservava a Bossi uno dei più inattesi applausi che il Senatùr abbia mai incassato. E via a disquisire di federalismo fiscale. Così, dopo averlo crocifisso per la maglietta anti-Islam che ha quasi portato a una crisi diplomatica con la Libia e irriso per la passeggiata in compagnia di un maiale su un terreno dove doveva essere costruita una moschea, Calderoli si ritrova ad essere visto da buona parte del centrosinistra come una sorta di «grande saggio delle riforme». Tutti a sedersi al tavolo con lui per trattare e tutti ad elogiare il suo «metodo di lavoro inclusivo». Con il ministro «ombra» Sergio Chiamparino - che non perde occasione per definire la «bozza-Calderoli» un’ottima base di partenza - seduto in prima fila.
Pochi mesi, dunque, e «i due Roberti» - proprio loro che non si sono mai troppo amati - si sono scambiati il ruolo di Dottor Jekyll e Mister Hyde del Carroccio. Perché, direbbero loro, l’importante è il risultato.