Adesso il Tea party ha il suo film

Presto nelle sale &quot;La rivolta di Atlante&quot;, tratto dal romanzo-manifesto dell’America individualista e conservatrice. La filosofia libertaria diventa un kolossal che non piacerà ai democratici. <strong><a href="/cultura/s/14-02-2011/articolo-id=505880-page=0-comments=1">E in Cina...</a></strong>

Mancano ormai poche settimane. Già il prossimo 15 aprile, infatti, gli innumerevoli fan americani di Ayn Rand potranno ammirare il primo atto di una trilogia che - nelle intenzioni di autori e produzione - porterà sullo schermo l’epopea di Atlas Shrugged (La rivolta di Atlante), l’ultimo e chilometrico romanzo della Rand, pubblicato nel 1957 e per tanti aspetti vero punto d’arrivo della sua produzione artistica.
In Europa e anche in Italia il nome della Rand resta sconosciuto ai più, ma la situazione è completamente diversa al di là dell’Atlantico, dove negli ultimi cinquant’anni anni i suoi libri hanno conteso alla Bibbia il primato nelle vendite. Si tratta di romanzi che possono piacere o no, e che a molti appaiono viziati da un eccesso di enfasi retorica, ma che comunque li si voglia giudicare hanno il merito di aver colto con efficacia taluni aspetti importanti della cultura americana: la passione per il nuovo e per l’imprenditoria, il gusto dell’avventura, l’affezione al mercato e alla competizione, la celebrazione del singolo di fronte a ogni pretesa degli apparati collettivi e burocratici.
Era da anni che, a cinquant’anni di distanza delle prime versione cinematografiche dei testi randiani, si parlava di un ritorno nelle sale della Rand (e per il ruolo della protagonista de La rivolta di Atlante si è a lungo parlato anche di Angelina Jolie). Nel 1942 Goffredo Alessandrini aveva realizzato Noi vivi e Addio, Kira, facendo rivivere da una giovanissima Alida Valli le vicende - parzialmente autobiografiche - di We the Living, che racconta una tragica fuga dall’inferno sovietico. Tutto questo in un’Italia fascista ben disposta a operazioni antibolsceviche, ma che decise di ritirare l’opera quando ne comprese le spiacevoli implicazioni per il regime mussoliniano. Qualche anno, nel 1949, fu il regista King Vidor a girare La fonte meravigliosa, dove il protagonista è Gary Cooper. Ma in seguito non si è avuto più nulla e l’ultima apparizione della Rand sugli schermi è legata al film tratto da La passione di Ayn Rand di Barbara Branden, che racconta la vicenda personale della romanziera russa trapiantata a New York, svelando molte delle eccentricità e dei paradossi di una corrente filosofico-politica (il cosiddetto «oggettivismo» randiano) nato per difendere la libertà e poi trasformatosi - per colpa della Rand medesima - in un cenacolo settario e intollerante.
Ma non è questo che più piace e interessa, naturalmente, a chi apprezza il vigore individualista che innerva La rivolta di Atlante e gli altri romanzi, ormai disponibili anche in italiano. Per questo è interessante che proprio ora, in uno dei momenti storici in cui gli Stati Uniti sembrano più bisognosi di riscoprirsi, la semplice e ruvida «verità» alla base di quella narrazione sia proposta di nuovo agli americani nel linguaggio a loro più congeniale: quello del cinema.
D’altra parte, nei testi della Rand non abbiano la complessità psicologica che caratterizza gran parte della letteratura novecentesca: c’è poco spazio per la noia e la nausea, l’introspezione e lo scavo interiore. La sua poetica è in qualche modo elementare e si propone di reagire al decadentismo e al relativismo, offrendo figure di buoni e cattivi, eroi e persecutori, e chiamando il lettore a una netta condivisione delle ragioni dei giusti.
Questi ultimi disprezzano l’idea di vivere del lavoro altrui e vogliono invece costruire con le proprie mani un mondo migliore. Possono essere geniali architetti (come ne La fonte meravigliosa) o imprenditori in senso stretto: come Dagny Taggart (la protagonista de La rivolta di Atlante) e come gli uomini che ella incontra e ama. All’interno del romanzo, un’America del futuro quasi totalmente collettivizzata vede emergere alcuni individui capaci di ribellarsi di fronte al Potere. E se certamente è facile avvertire qua e là una buona dose di superomismo, quel che più conta è l’invito esplicito - si pensi alle settanta pagine del discorso di John Galt - ad affrancarsi dall’idolatria dell’apparato statale e dalle spire di un dominio tanto più pervasivo quanto più si vuole gentile, benefattore, intimamente buono.
Va aggiunto che l’America che ama John Galt e gli altri eroi della Rand è l’America che più detesta Obama e il potere concentrato a Washington. È l’America provinciale che preferisce il proprio Stato alla Federazione, il proprio villaggio allo Stato, la propria famiglia al villaggio. È l’America che ha un fucile in casa e ama la bandiera a stelle e strisce ma solo perché la considera un simbolo di indipendenza personale, e anche per questo disprezza ogni uso politico del patriottismo. Di fronte a costoro, una traduzione cinematografica de La rivolta di Atlante può rappresentare l’opportunità di coniugare le emozioni con i principi. Potrebbe essere l’occasione per riscoprire quello che si è stato e quello che si dovrebbe tornare ad essere. Sempre che il regista Paul Johnson e gli attori (da Taylor Schilling a Edi Gathegi) sappiano essere all’altezza del compito.