Adesso Unicredit s’impenna: i grandi mangiano i piccoli

Fondi e grandi soci hanno fatto scattare gli acquisti su Unicredit ma per i piccoli rischia di essere tardi. Dopo un lunedì difficilissimo con gli istituzionali esteri decisi a vendere per ridurre il «rischio Italia» anche agendo sui derivati e una perdita complessiva del 50% in quattro giorni, ieri Unicredit ha recuperato il 6,04% a 2,32 euro. Impazziti i diritti che hanno quasi raddoppiato a 0,85 euro (+80,85%) rimediando alla débâcle della vigilia (-65%).
A tornare a scommettere su Piazza Cordusio sono stati in particolare alcuni istituzionali francesi, tedeschi e del Regno Unito, dove l’ad Federico Ghizzoni e il cfo Marina Natale stanno completando una serie di incontri one to one che si estenderà anche agli Stati Uniti. Il gruppo è comunque al lavoro per mantenere la presa sul retail, la cui quota nell’ultimo anno è salita dal 14 al 22%.
A riassetto ultimato, i soci arabi e in particolare quelli del Golfo Persico saranno più forti. A partire dal fondo sovrano del Qatar che potrebbe raggiungere Libia e Abu Dhabi salendo sul treno dell’aumento da 7,5 miliardi. Lo stesso che ha sfruttato la squadra di investitori coagulata da Alessandro Proto Consulting: si tratta di 5-6 imprenditori che hanno prenotato lo 0,8% di Unicredit ma il pacchetto supererà presto l’1,1%, senza contare che Proto sarebbe in fase avanzata con altri due potenziali investitori.
Ai prezzi attuali, calcola un analista, Unicredit vale quattro volte gli utili attesi quest’anno (probabilmente da rivedere al ribasso) e tratta al 20% del book value tangibile, senza quindi gli avviamenti. Il rischio di una scalata è però «abbastanza remoto» ha assicurato il direttore generale del gruppo Roberto Nicastro, ricordando che lo statuto limita al 5% il diritto di voto in assemblea e che la Vigilanza dispone «degli strumenti per evitare partecipazioni oltre il 10%». Nicastro ha ammesso di non aspettarsi tanta volatilità sul titolo ma ha ribadito che Unicredit ha «fondamentali buoni e il Tier1 è positivo». Il banchiere ha quindi rincuorato i risparmiatori «da paure infondate», forse anche perché non è facile individuare un compratore dalle spalle così larghe da sorreggere la guerra contro il nostro debito sovrano. Tra le Fondazioni storiche si diluirà CariVerona (4,8%) oggi primo socio italiano davanti a Crt; mentre CrTrieste (0,33%) deciderà domani e martedì 17 sarà la volta di Cassamarca (0,7%). La Regione siciliana e la Fondazione Banco di Sicilia (1% complessivo) cederanno invece i diritti per reinvestire parte del ricavato sul titolo. Intanto arrivano bordate sia dall’Adusbef, che ha minacciato una class action e un’azione di responsabilità contro i vertici di Unicredit, sia dal Financial Times, secondo cui Ghizzoni ha commesso «un grosso errore» quando ha resistito all’invito a ricapitalizzare avanzato da Bankitalia nel 2011.