Adesso il Vecchio Continente deve dire un "niet" a Putin

Sta conducendo una guerra per conquistare l’egemonia sulle risorse energetiche e imporci la sua volontà. Berlisconi parli chiaro con il suo amico: se il premier russo insiste, l'Italia deve schierarsi. Con l'America

È ora di dire no a Putin, per il bene della pace e per il bene della Russia, se è vero come è vero che la sorte della Russia sta a cuore a tutta la gente libera che ha gioito della fine dell'Unione Sovietica e del comunismo che viene dal freddo. Il problema è che Putin non ha gioito affatto per la fine dell'Urss e la rivuole indietro. E rivuole un mondo che ne abbia timore, più che rispetto. E, quel che è peggio, il governo – siamo tentati di chiamarlo regime – alimenta in questi mesi e questi anni una febbre di guerra fra i russi che si sentono sul carro armato, rivogliono essere – ecco la parola – una «superpotenza» e non soltanto una potenza.

Io ho sbattuto il muso contro il nuovo bonapartismo russo quando credevo, presiedendo la commissione Mitrokhin, che Putin, grande fraterno amico del presidente Berlusconi si comportasse come il presidente di un governo democratico che si è finalmente liberato dalla dittatura non soltanto comunista, ma del Kgb. Errore: Putin chiarì che lui e i suoi «sono» il Kgb. Arruolai allora segretamente, attraverso i buoni uffici dei grandi fuggiaschi russi di Londra (intellettuali come Vladimir Bukovsky) un giovane eroe fin troppo puro come Alexander Litvinenko e qualcuno venne da Mosca per avvelenarlo il primo novembre del 2006. Morì fra atroci dolori il 23 di quel mese. Nel marzo successivo la Procura britannica accusò l'ex tenente colonnello del Kgb Andrei Lugovoi di essere l'assassino e ne chiese l'estradizione a Mosca. La reazione di Putin fu incredibile, quasi interamente oscurata sulla sola stampa italiana e le sue televisioni: il presidente russo fece tirar fuori gli arrugginiti bombardieri atomici Tupolev che giacevano negli hangar dal 1991 e li fece levare in volo verso lo spazio aereo inglese. Tony Blair, che aveva avuto una cotta per Putin così come il presidente George W. Bush («Ho visto nei suoi occhi la luce dell'onestà») si infuriò.

Così nel 2007 la Russia ha iniziato unilateralmente la seconda Guerra Fredda che è piuttosto una guerra egemonica per il controllo energetico e in definitiva militare ed economico dell'Europa. Gli americani si sono preoccupati e hanno cominciato a esercitare pressioni su Mosca, inutilmente. Quando la Polonia ha ottenuto la firma per uno scudo spaziale di difesa dai missili, Mosca ha annunciato la teoria del diritto del primo colpo nucleare: se la Russia ritiene («ritiene»!) di essere minacciata nei suoi interessi, ha diritto a colpire per prima con armi atomiche. Nell'estate del 2006, tre mesi prima che i killer andassero ad assassinare Litvinenko, Putin fece approvare dalla Duma una legge che autorizza il presidente a ordinare la soppressione fisica all'estero di chiunque sia ritenuto «nemico» della Federazione Russa.

Quando presiedevo la Commissione che indagava sul Kgb avevo rapporti istituzionali con il Sismi e mi furono mostrate decine di fotografie di agenti «illegali» russi in Italia e in Europa: dopo la fine della Guerra Fredda, tutte le democrazie hanno agenti di intelligence all'estero, ma nessuno tranne i russi ha più agenti illegali che, secondo Litvinenko, usano connessioni con la criminalità organizzata per compiere azioni di ogni genere. Berlusconi mi disse una volta che il suo lavoro su Putin aveva lo scopo di trattenere la Russia legata all'Occidente e non farla scivolare verso Oriente. Ebbene, esattamente un anno fa si svolsero delle gigantesche manovre militari congiunte tra forze armate russe e cinesi.

La crisi della Georgia è stata preparata da almeno tre anni, quanti ne sono serviti per costruire una serie di gigantesche strutture, tunnel e sistemi viari, destinati all'invasione. L'operazione era stata programmata per aprile e poi rinviata ad agosto. Si può rimproverare il presidente Saakashvili di essere caduto nella trappola. L'invasione di uno Stato sovrano è stata consumata sotto gli occhi del mondo e il ritiro in accordo con i famosi «sei punti» di Sarkozy non è mai avvenuto. Al massimo, i soldati russi si mettono una fascia blu sul braccio con la scritta Ms che sta per peacekeeper. Sono arbitri e giocatori, occupanti e giudici. Il gasdotto georgiano che fa concorrenza a Gazprom, è di fatto liquidato. Il grande gasdotto che dovrebbe bypassare la Russia e portare energia alternativa a quella russa, ce lo possiamo scordare.

Intanto la Russia ha sbattuto la porta in faccia alla Nato. Ha sbattuto la porta in faccia al Wto. Ormai tutti tornano a parlare del G7 anziché del G8 che vuol dire G7 più Russia. La Russia si è isolata e dà prova di bullismo, di militarismo. Come se non bastasse, provvede da anni tecnologia militare all'Iran, che li smista agli Hezbollah, alla Siria, nonché al peggior nemico americano degli Usa, il venezuelano Chavez, e ha annunciato di prendere il considerazione il ripristino di basi aeree a Cuba. Il risultato è che oggi Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Ucraina e Gorgia stanno dando vita a una nuova confederazione di Stati che chiedono all'America una stretta alleanza e protezione, al di là dell'obsoleta Nato.

Che può fare l'Italia? Molto. Molto può fare Berlusconi dicendo a Putin qualcosa come: «Mio carissimo Vladimir, probabilmente a novembre vincerà McCain e la Casa Bianca, che già oggi ha preso una linea dura, la prenderà durissima. Noi italiani, che oggi facciamo sforzi di equilibrismo per mantenere i piedi in due staffe, l'amicizia con te e quella con l'America, potremmo per causa tua essere costretti a scegliere. Dio non voglia, mio delizioso amico, perché credimi: gli italiani liberi di cui sono il leader mi licenzierebbero in tronco se io fra la prima e più grande democrazia del mondo e la tua bullistica mezza dittatura, scegliessi te. Con tutto l'affetto e la simpatia, non potrei permettermelo».