Adesso è vietato anche criticare le donne

Se, dopo avere offerto il mio aiuto a un uomo affaticato nello scaricare sacchi di calce da un camion, egli mi dicesse: «No grazie, perché lei è donna» non mi offenderei né mi sentirei diffamata qualora ci fossero almeno tre persone presenti. Se avessi bisogno di una guardia del corpo, vorrei un uomo. Non mi basterebbe una donna, per quanto nerboruta e perfino un po’ androgina. Non riterrei davvero di compiere un reato, qualora esprimessi la mia precisa preferenza, «mi serve un uomo» in presenza di più persone e anche della stessa bodyguard scartata.
Se una lesbica, desiderosa di maternità, dicesse alla compagna «qui serve un uomo», la compagna non potrebbe mai sentirsi ingiuriata per il solo fatto di essere donna e di sentirsi ricordare le diversità biologiche.
Invece, la Cassazione penale ha deciso che le critiche verso una donna, se riferite al solo fatto biologico, sono lesive della dignità della persona.
Il fatto in questione riporta a un articolo di giornale dal titolo: «Carcere: per dirigerlo serve un uomo». Un sindacalista, nel corpo dell’intervista, chiariva che la struttura penitenziaria, fino a quel momento diretta da una donna, richiedeva a suo parere «una gestione maschile».
Le esimenti del diritto di critica e di cronaca non sono state considerate valide dai supremi giudici, che hanno condannato gli imputati - sindacalista, editore e giornalista - attribuendo oggettiva portata diffamatoria alla frase del sindacalista e al titolo del pezzo, poiché si tratta di un «riferimento gratuito, sganciato dai fatti, che costituisce una mera valutazione, ripresa a caratteri cubitali nel titolo... sganciata da ogni dato gestionale e riferita al solo fatto di essere una donna, gratuito apprezzamento contrario alla dignità della persona perché ancorato al profilo, ritenuto decisivo, che deriva dal dato biologico della appartenenza all’uno o all’altro sesso».
Dunque, se ho ben capito il senso della sentenza, qualora si fosse detto, per ipotesi, che la direttrice era incapace, pigra, alcolizzata o inesperta e si fossero portati fatti a riprova delle gravi affermazioni, gli imputati non sarebbero stati condannati, perché gli apprezzamenti del sindacalista non sarebbero stati «gratuiti». Cioè, le considerazioni specifiche, se comprovate, non avrebbero leso la dignità della persona, neppure a mezzo stampa, mentre il dato generico di appartenenza al sesso femminile si risolverebbe, in sostanza, in un’arbitraria discriminazione di genere «perché ancorato al profilo, ritenuto decisivo» del dato biologico.
Be’, per quanto il ruolo di direttore di carcere sia aperto a entrambi i sessi e per quanto molte donne se la cavino egregiamente in questa funzione, forse è legittimamente pensabile - e dicibile - che qualche carcere e qualche direttrice non siano facilmente compatibili. Una determinata realtà carceraria di per sé, infatti, può avere l’esigenza di essere organizzata da un uomo più che da una donna. Non perché entrambi i sessi non abbiano medesimi doveri e opportunità, nonché competenze, giusta l’eguaglianza giuridica e sociale, ma perché non si può spensieratamente affermare, in termini categorici, che uomo e donna siano uguali anche biologicamente e psichicamente.
Il dato biologico dell’appartenenza all’uno o all’altro sesso, è proprio ciò che fa muovere il mondo e condiziona i comportamenti umani e il pensiero individuale, senza necessariamente integrare fattispecie di reato quando se ne sottolinei la differenza.
Se il camionista non vuole il mio aiuto fisico, perché sono donna, non mi offendo, ma anzi apprezzo il suo senso protettivo maschile. Se un imputato mi rifiuta quale difensore, preferisco sentirmi dire «perché donna», piuttosto che «incompetente». Nel primo caso giudico il non cliente un cretino, nel secondo un ingiurioso.
Affermare «qui serve un uomo» è un pensiero, anche non condivisibile, ma può rimanere un’opinione personale, che non mi sembra possa far perdere neppure un grammo della reputazione di chicchessia, più di quanto ne potrebbero giocare racconti particolareggiati su eventuali documentate inefficienze del ruolo in discussione.
Sarebbe potuta essere considerata una frase infelice, forse maschilista, forse anche no, quella del sindacalista. Ma la frase in sé, dov’è che lede la reputazione? Dove si è consumata la lesione dell’identità personale e professionale della direttrice per il richiamo obiettivo e indiscutibile del dato biologico? Non tutte le affermazioni maschiliste e inopportune costituiscono reato, se no quasi tutte le donne ogni giorno consumerebbero il loro tempo a scrivere querele.
In nome della legge.