Adieu Agota Kristof, lingua lunga e scrittura breve

Raccontano i biografi di Gianni Agnelli che «l’Avvocato» («Mi chiami pure così, è un nome d’arte» recita una delle sue migliori battute) nutrisse un vero e proprio odio nei confronti di Curzio Malaparte. È comprensibile. Non solo era stato il più chiacchierato amante di sua madre, ma aveva anche degli elementi di vanità, narcisismo, esibizionismo, insofferenza e impazienza che nel renderglielo simile, andavano in qualche modo esorcizzati. Non c’è niente di peggio che vedere te stesso recitato da un altro: ciò che pensi naturale ti appare di colpo artificiale, ciò che giudicavi piacevole ti infastidisce. Come in un gioco di maschere, scopri che la tua non è così bella come pensavi, e l’unico modo per uscire dall’impasse è fingere che sia di un altro, che sia altro.
Nella sede della Stampa, a Torino, nella galleria fotografica dei direttori, la foto di Malaparte non c’è, così come manca quella dei suoi successori sotto il fascismo, Turati e Signoretti. È una mancanza curiosa, perché fu il fascismo a obbligare Augusto Frassati, che della Stampa era il proprietario, a cedere il capitale sociale all’allora azionista di minoranza Giovanni Agnelli. È doppiamente curiosa se si tiene conto che quando, due anni fa, il quarantenne Mario Calabresi ne divenne il direttore, furono in molti a dire che si trattava del più giovane giornalista mai sedutosi alla guida di quel quotidiano. Malaparte lo diresse che ne aveva trentuno.
Nel catalogo di «stranezze» di casa Agnelli (il papà di Gianni, Edoardo, era un viveur degno di un romanzo di Fitzgerald, sua madre Virginia era tanto infelice quanto disinibita, uno dei figli, Giorgio, era schizofrenico, detestava il fratello maggiore Gianni, addirittura cercò di sparargli, un figlio di Gianni è morto suicida, un nipote ci ha quasi rimesso le penne per una notte brava...) non sorprende che il più talentuoso degli scrittori fra le due guerre vi rientrasse nell’ottica di una liaison dangereuse tanto chiacchierata quanto, stando alle testimonianze del tempo, passionale. E tuttavia, l’altro elemento interessante della famiglia Agnelli è proprio l’imbarazzo con il quale ogni disagio è stato vissuto. Il fattore “aristocratico” in qualche modo lo alimentava, quello borghese lo respingeva, lo soffocava, lo negava. Giovanni Agnelli senior, il senatore, il capostipite, l’emblema sabaudo e un po’ bigotto di un modo di essere e di comportarsi, è la stessa persona che ingaggerà con la nuora Virginia lo scontro per la potestà dei nipoti già dopo la morte del figlio Edoardo e poi durante il legame con Malaparte: glieli vuole togliere, ne teme le stranezze, non ne approva il modo di vivere, detesta quello scrittore che lo sfida e gli tiene testa...
Dalle lettere, alcune inedite, che il settimanale GQ adesso pubblica, scritte fra il settembre del ’36 e il giugno del ’37, quando il legame si interruppe, viene la conferma di ciò che già si sapeva: fu amore, si giunse addirittura a un passo dal matrimonio... Naturalmente, il tipo di amore che uno come Malaparte poteva dare e una come Virginia ricevere. Le missive sentimentali non erano il forte del primo, «l’incultura trionfante» della seconda, stando alla bella definizione di Maurizio Serra, ultimo e definitivo biografo malapartiano, non le permetteva grandi confessioni scritte... E così, da parte di lui: «Ti sono vicino come un fratello può essere vicino a una sorella, come un amante può essere vicino alla propria donna»; «mi piange il cuore a saperti sola e triste in una casa dove si manca di rispetto persino ai tuoi bambini». E ancora: «Prima lottavo per la schifosa politica, oggi lotto per una causa santa, per una donna che amo».
Il legame sentimentale era però anche una questione politica, e il fascismo teneva di più ad Agnelli e alla Fiat che non a un Malaparte fresco di confino. Così, la lotta era già persa in partenza, anche se lo scrittore con il vecchio senatore faceva finta di no: «Io non ho nessuna paura né dei suoi soprusi né dei suoi milioni. Ne ho dato prova anche recentemente, quando Ella ha tentato invano, e più volte, di intimidirmi e di corrompermi».
Finì come finiscono le storie d’amore, la stanchezza prima, lei con un altro, poi, lui che alla fine impreca: «In qualunque letto sentirai la tua maledizione». Anni dopo si consolerà scrivendo: «Le sole donne che vale la pena di sposare sono le donne molto povere». Preferì però morire scapolo.