Adios Italia, ai rigori passa la Spagna

In 120 minuti uno 0-0 con troppo tatticismo e poche emozioni. L'Italia pensa a difendere, Toni non punge. Gli iberici meritano. Decisivi gli errori di De Rossi e Di Natale dal dischetto. <strong><a href="/a.pic1?ID=271025" target="_blank">Pirlo piange, il romanista: &quot;Chiedo scusa&quot;</a></strong>

Vienna - L’Italia scivola da undici metri, la Spagna esorcizza il suo incubo e scollina i quarti di finale dell’europeo, l’appuntamento fisso con la delusione. La magia azzurra di Berlino, due anni prima, qui diventa il calvario della Nazionale di Donadoni messo alla porta dal torneo con qualche rimpianto e pochissime possibilità di salvare la panchina. Buffon, con quel guizzo su Guiza, prova a rimediare e a rimettere in gioco la roulette dei rigori. Niente, non c’è niente da fare. Dal dischetto, in campo azzurro, falliscono De Rossi e Di Natale, non proprio due pivellini, Fabregas mette il sigillo. E così l’Italia torna a casa. C’è scritto da qualche parte: chi vince ha il diritto di esultare, chi perde il dovere di spiegare. Non è complicato spiegare questa sconfitta dell’Italia campione del mondo. Nell’occasione specifica ci sono molte giustificazioni sul conto del Ct e della squadra cui non si può muovere gravi rimproveri. Non ha fortuna, non ha grandi energie da spendere, non ha nemmeno il rimorso di aver lasciato in disparte i suoi talenti. Giocano tutti: Cassano, debutta Aquilani, tornano nella mischia Del Piero e Di Natale. La verità, scolpita nella notte di Vienna, è questa: la Spagna si guadagna la semifinale contro la Russia dopo aver fatto molto ma su tiri da lontano, per vincere la sfida nei 120 minuti canonici. Mentre l’Italia riparte dall’Austria nella consapevolezza d’aver affrontato la sfida chiave con forze ridotte, raschiando il fondo del barile. Oggi comincia per tutti un altro giorno, l’avvento di Lippi scontato, l’addio a Donadoni anche.

La Spagna non si fida dell’Italia dimezzata da squalifiche e accidenti. La conferma più che dai fischi dei loro tifosi al nostro inno, proviene dal palleggio lento e scontato che i rossi realizzano sul prato senza affondare mai i colpi com’è loro documentata abitudine, inseguendo il governo del pallone invece che l’affondo perentorio. Di contro la Nazionale è troppo remissiva e se ne resta dentro la cuccia di Buffon a ringhiare sulle sfuriate di Villa e Fernando Torres soffrendo le rasoiate di Silva, più efficace appena si sposta a sinistra, dalla parte di Grosso, autore di un intervento (pestone sulla caviglia) ai limiti del codice. Il motivo dell’imbarazzo italiano anche qui è fin troppo vistoso: i lanci sono l’unica arma per cucire gioco azzurro e i piedi di De Rossi, deputato all’incarico, non sono quelli ispirati di Pirlo. L’unico che può «spaccare» la partita è Cassano: il barese, pedinato da Sergio Ramos, ci prova con successo nei primi 20 minuti attraverso un paio di numeri che stregano il quotato difensore del Real. Nel secondo scodella l’assist sulla testa di Toni, finalmente servito a regola d’arte: Marchena devia con la spalla. Nel centrocampo azzurro inventato per necessità non funziona lo stiletto Perrotta mentre Aquilani sembra schiacciato dalla tensione dell’esordio: non ci fosse Ambrosini a recuperare palla, a dettare qualche blitz e a rianimare la compagnia, sarebbe buio pesto da quelle parti.

Aragones dispone di sontuosi ricambi: per esempio può smontare il motore del centrocampo e rimontarlo con la coppia Fabregas-Cazorla che da noi giocherebbero titolari sempre e invece la Spagna se li porta di scorta in panchina. Discutibile, più avanti, la rinuncia a Fernando Torres per lanciare Guiza. Appena si sgrana la partita, Chiellini deve intervenire due-tre volte per applicare «pezze» alla difesa (Panucci l’anello debole), Zambrotta deve fare il resto eppure capita proprio all’Italia l’occasione più golosa per rompere l’inerzia. Protagonista principale Camoranesi, nel frattempo autorevole sostituto di Perrotta, pronto alla girata in area che Casillas respinge coi piedi dopo uscita avventata sul capoccione di Toni. Con l’avvento di Camoranesi migliora la circolazione della palla, mette fuori la testa dal guscio di pulcino bagnato Aquilani e Cassano consuma le ultime cartucce prima di cedere il posto a Di Natale. Buffon procura un brivido alla curva tricolore: non trattiene la sassata di Serna dal limite, il palo l’aiuta a recuperarla. Toni toglie a Grosso un cioccolatino di Di Natale: è la chiusura della seconda frazione, la migliore dell’Italia, prima dei supplementari.

Il corpo a corpo finale si trascina con rare emozioni. Una la procura Di Natale, l’altra è merito di Del Piero (a riposo Aquilani) con una giocata alla Maradona: stretto in mezzo a tre spagnoli, ne esce con la palla al piede. Alla fine i rigori, i maledetti rigori.