Adolf Loos, le fondamenta della sobrietà

«L’ornamento è un delitto». Con questa formula, che peraltro ne interpreta in modo sbrigativo e inesatto il pensiero, Adolf Loos (1870-1933) si è guadagnato vastissima notorietà, entrando tra le presenze mitiche dell’architettura moderna. Esponente, assieme a Wagner, Olbrich, Hoffmann, del formidabile quartetto dello Jugendstil architettonico austriaco (nel suo caso aperto spontaneamente alla vicenda Déco), Loos è ora onorato a Roma, presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna, con una grande mostra, la prima che gli sia stata dedicata nel nostro Paese e la maggiore, dopo quella, memorabile, di Vienna del 1988, anche se, in questa occasione, figurano plastici e materiali documentari che in quella erano assenti («Adolf Loos. Architettura utilità e decoro», Galleria Nazionale d’Arte Moderna, fino all’11 febbraio).
Curata da Richard Bosel e Vitale Zanchettin, la rassegna nasce dalla proficua collaborazione del museo ospitante con l’Istituto Storico Austriaco di Roma e con l’Albertina di Vienna e propone un imponente corredo di disegni autografi, rilievi del costruito, modelli tridimensionali, fotografie e documenti, tutti riprodotti in catalogo (Electa). Come spetta di diritto ad uno dei più radicali innovatori del linguaggio architettonico ma anche, più generalmente, del gusto e dello stile dell’abitazione: Loos si occupò anche, con esiti personalissimi, del design degli arredi, in una prospettiva di integrale riforma della casa e degli spazi da abitare. «Con Loos - scrive nell’introduzione Maria Vittoria Marini Clarelli, Soprintendente della GNAM - l’architettura torna a essere un cosmos, un ordine sorretto, ma non costretto, da regole che aspirano ad essere le stesse dell’onesta convivenza civile».
Grande intellettuale, amico di Kraus e Wittgenstein, di Trakl e Kokoschka, di Schönberg e Berg, di Altenberg e Tzara (di cui avrebbe progettato la casa parigina), Loos dedicò grande impegno all’attività di conferenziere e di pubblicista, in buona parte raccolta nel volume Parole nel vuoto (Adelphi). L’elenco dei suoi progetti architettonici è nutrito (oltre 250), ma molti tra quelli dal maggiore impatto monumentale (dal nuovo Ministero della guerra austriaco alla sede del Chicago Tribune, dal Municipio di Città del Messico al Grand hotel Babylone di Nizza) rimasero sulla carta e, per quanto riguarda il costruito, si tratta spesso di interventi magistrali, ma circoscritti. Rare le eccezioni, come il celeberrimo immobile commerciale Goldman & Salatsch (1909-1911) sulla Michaelerplatz che suscitò, al tempo, polemiche senza fine, ma risolse brillantemente uno dei nodi edilizi più problematici e prestigiosi della Vienna di fine Ottocento, assurgendo al ruolo di uno dei manifesti della modernità in architettura.
Insofferente dell’elemento decorativo, Loos è invece un fautore della raffinatezza dei materiali costruttivi, a cominciare dai marmi. Favorivano questa predilezione dati biografici e reminiscenze adolescenziali (il padre, morto precocemente, era proprietario di un importante laboratorio di scultura), ma anche circostanze di natura pratica e, per così dire, commerciali. Alla fine dell’Ottocento, alcune società inglesi avevano riaperto numerose cave di marmi antichi, il cui reperimento era stato per quasi un millennio e mezzo affidato ai materiali di scavo archeologico, riportando sul mercato preziose specie litiche, come il rosso antico, il verde di Tino, il marmo di Skyros, e soprattutto il cipollino verde di Eubea, che Loos prediligeva, definendolo «il più meraviglioso e il più bello di tutti i marmi», impiegandolo ampiamente nelle sue architetture, a cominciare dal palazzo sulla Michaelerplatz. Un saggio di Fulvio Lenzo su questo argomento, inserito nel catalogo della mostra, affronta per la prima volta questo argomento cui Loos affidava ruoli di grande importanza, come, nell’edificio citato, il compito di distinguere la zona uffici a piano terra dalla soprastante destinazione residenziale.