Adorf: «Mi hanno fatto malvagio a vita»

da Berlino

La Potsdamer-Platz è già tornata ai pochi passanti e ai tanti corvi sugli alberi, come negli Uccelli di Hitchcock, quando - nel silenzio umano e nello strepito animale - avanza Mario Adorf, che della recentissima Berlinale è stato giurato. Padre chirurgo italiano, madre infermiera tedesca, nato a Zurigo, in Italia è noto ai più giovani per i film-tv (Karol, Fantaghirò, Il piccolo lord, I ragazzi della via Pal, due Piovre...); gli altri lo conoscono più per i film: fin da 08/15, sceneggiato da Ernst von Salomon sulla base dei romanzi di Hans Helmut Kirst e diretto da Paul May (1954); il film ebbe due seguiti e ora tutti e tre gli 08/15 sono in edicola (come anche un altro ottimo film con Adorf, Ordine segreto del III Reich di Robert Siodmak, che nel 1957 ebbe la «nomina» all’Oscar). Già allora si delineavano i ruoli tipici di Adorf: ora gigante buono, ora maniaco e/o criminale.
Signor Adorf, quando vinse a Cannes col Tamburo di latta di Schlöndorff, lei aveva già lavorato in Fedora di Wilder e in Sierra Charriba di Peckinpah. Poteva far altro con loro?
«Con Schlöndorff avevo già fatto Il caso Katharina Blum. Wilder mi aveva offerto un ruolo già in Uno, due, tre. Dopo Sierra Charriba, Peckinpah mi offrì il ruolo del generale messicano nel Mucchio selvaggio».
E lei rifiutò?
«Non volevo più parti di malvagio».
In Italia lei ha esordito...
«... Nel 1961 con A cavallo della tigre di Comencini».
Era l’ergastolano.
«E costringevo a evadere con me il piccolo delinquente interpretato da Nino Manfredi».
Con lui ha girato anche...
«...Io la conoscevo bene di Pietrangeli. Fu Nino a procurarmi la parte, come anche quella nella Visita, sempre di Pietrangeli».
Lei è con Manfredi anche in Una rosa per tutti di Franco Rossi, Operazione San Gennaro di Risi e nel Pinocchio di Comencini.
«Manfredi è stato il mio principale collega in Italia. Con lui ci si vedeva anche fuori dal lavoro. Eravamo quasi amici».
Non dovevate essere anche in Operazione san Pietro di Fulci?
«Sì, ma Manfredi non si accordò e il suo posto lo prese Buzzanca. Dunque mi ritrassi anch’io».
Ricorrenti colleghi, ricorrenti personaggi.
«Per lo più uomini forti. Nel Delitto Matteotti di Vancini sono stato Mussolini».
Ed è il suo ministro Corbino nei Ragazzi di via Panisperna di Amelio. Sa che il suo duce è perfetto?
«Grazie! Anche con Vancini ho avuto un bel rapporto. L’anno prima avevo girato con lui Violenza - Quinto potere».
Dove è con lei un altro attore che già conosceva: Moschin.
«Avevamo fatto insieme Milano calibro 9 di Fernando Di Leo. Lui delinquente protagonista, io delinquente antagonista, che però lo vendicava quando veniva ucciso».
Con Di Leo, lei è stato protagonista anche della Mala ordina, questo sì ispirato dal racconto di Scerbanenco Milano calibro 9.
«Infatti il film con quel titolo viene da un altro racconto! Nella Mala ordina sono un magnaccia. Sembro un facile bersaglio per sicari americani. Ma non lo sono».
Da Scerbanenco viene anche Il caso Venere privata di Boisset.
«Dove sono maniaco sessuale, come già nell’Ordine segreto del III Reich».
Maniaco, magnaccia, tonto sullo schermo, scrittore a casa: lei ha pubblicato tre libri di ricordi.
«Der Mäusertöter («L’ammazzatopi», 1992), Der Dieb von Trastevere («Il ladro di Trastevere», 1995) e Mit einer nadel bloss («Con solo un ago», 2005)».
Non li pubblica in Italia?
«Italiano solo a metà, temo che le osservazioni sull’Italia siano prese male».