"Adoriamo un nuovo vitello d'oro: la comunicazione"

Ermanno Olmi racconta al <em>Giornale</em> la sua visione del mondo, sospesa tra fede e rifiuto delle idolatrie contemporanee<br />

Udine - In una giornata friulana di brividi e neve, di quelle che è bello stare in casa, basta il mite crepitare di un “fogolar” per sovrastare la voce di Ermanno Olmi. Un sussurro, il suo, che conia però concetti tanto profondi da risuonare come se espressi a voce alta. Si parte dalla Terra e dai suoi frutti, evocati all’ultimo premio Nonino con un riconoscimento a chi quella stessa Terra religiosamente la lavora, come i malgari della Carnia, per salire di tono e livello giungendo a parlare di Dio e di fede. Temi sui quali il regista ha in serbo qualcosa di più di un progetto, visto che ne parla al presente.

«Non è un film su Gesù, come qualcuno ha equivocato - spiega - e nemmeno un paradigma come I cento chiodi, di cui non costituisce, anche questo è stato erroneamente detto, una continuazione. È un film sul modo di vivere la fede oggi, assai diverso rispetto a quello di un secolo fa o di prima che l’uomo cominciasse a costruire un proprio mondo alternativo, separandosi e addirittura contrapponendosi al luogo della sua origine - la Terra - cercando invece di vivere in una realtà riprogettata dalla sua capacità scientifica di manipolare il mistero della vita».

La mano eloquente di Olmi, calata di taglio, scandisce nell’aria il punto d’inizio del mutamento. Di lì in avanti, vuole dire: con le grandi avventure della mente del Sei-Settecento e con l’avvio dell’era industriale. «Di lì è cambiato il modo di porci rispetto a Dio, ben diverso rispetto al tempo in cui vivevamo nelle condizioni naturali originali, quando credevamo nella trascendenza, cioè in quel Dio che nei primi sei giorni aveva sistemato tutte le condizioni per vivere, che poi aveva fatto l’uomo dicendogli “adesso vivi lì, e buona avventura”. Dio era insomma motivo di fede se accettavi quella lontananza tra Terra e Cielo per cui le preghiere le dovevi gridare forte, affinché arrivassero il più in alto possibile. Poi la fede è diventata il rapporto tra uomo e Terra in quanto Dio - ben diverso da quello di certe antiche religioni dov’era rappresentato con un simbolo da idolatrare, come il sole degli egizi - si esprimeva attraverso di essa».

Il fogolar di casa Nonino tira che è una meraviglia e le braci, salendo, fanno brillare il rame lustro e gli occhi di Olmi. È alla Terra, quella là fuori, che sembra pensare. «Certo. Amandola e riconoscendola come opera di Dio - e quindi essa stessa Dio - nasce un rapporto... come dire?, più immanente del trascendente. Non a caso Cristo, infatti, che fa? Spezza il pane e dice “mangia, questo è il mio corpo”, che fu il suo modo di avvicinarsi all’uomo. Ovvero: prega, entra in sintonia con la Terra e con la vita che ti dà».

Poi c’è l’oggi, un oggi che una smorfia rivela proprio non piacere a Olmi. «Mi chiedo da dove passi ora la fede? Certo non più dalla Terra opera di Dio e nemmeno dai simboli, bensì attraverso una nuova idolatria, figlia di una scienza che spinge sempre più in là la tecnologia con cui viviamo e alla quale ci sacrifichiamo. Attribuendole, e quasi attribuendoci, l’onnipotenza. È il nostro vitello d’oro da adorare, è tutta questa offerta di “luci” che ti fanno appunto sentire come un dio, non più lontano, ma insito nella potenza degli strumenti di cui disponi. Così, se schiacci un bottone e parli su un altro pianeta, hai la sensazione di essere potentissimo».

Quel vitello d’oro, per il 78enne regista, è insomma l’informazione pura, la comunicazione. «Non più quella di quando l’uomo credeva nella Terra e nei suoi frutti, quando ad ascoltarlo era l’interlocutore o al massimo una terza persona a poca distanza. Quella era comunicazione naturale, simile all’uomo in quanto corpo che vede, che sente e che parla. Quel che succede oggi, invece, è che quando imbocchi la strada che pone a un livello sempre più alto il comunicatore, costui finisce con l’assumere forza divina, quella per cui chi parla sempre in tv diventa un dio. Un nuovo dio con tanti idolatri che da lui attendono il virtuale boccone quotidiano: quella trasmissione, quel personaggio, quel divo. Con il risultato che oggi viviamo di questa idolatria che ci alimenta. E che alimenta una bugia criminale: il rifiuto della vita vera».