Adornato, il «semplificatore» che complica sempre la politica

Da un filosofo che ha come nome un gerundio e per cognome un participio passato, aspettarsi che ragioni all’indicativo presente è quanto meno azzardato, ai limiti dell’utopia.
Eppure, è da una vita politica che Ferdinando Adornato dice di vivere per far diventare la politica italiana un presente indicativo, cioè la cosa più semplice esistente in natura: o di qua o di là, senza terze vie, né scorciatoie. Insomma, il massimo della semplicità possibile, senza partiti e partitini dello zero virgola a scombinare i giochi.
E ne è talmente convinto, lui, il gerundio-participio passato, da lavorare incessantemente per quello scopo in qualsiasi schieramento gli capiti accidentalmente di militare. Infatti, iniziò a portare avanti la sua politica di semplificazione del quadro politico già a sinistra, quando - lui che veniva dai giovani del Pci ed era stato iscritto al Pds - fondò Alleanza democratica, quello che avrebbe dovuto essere una specie di partito unico della sinistra riformista nel 1994. Erano i tempi della «gioiosa macchina da guerra» occhettiana, di Adelante, adelante di Francesco De Gregori come colonna sonora del sogno di Mariotto Segni e Alleanza democratica ragionava in modo schematico che più schematico non si poteva: «Ragiona Italia» si intitolava semplicemente l’appello degli intellettuali che sostenevano il progetto. E il ragionamento era ovviamente quello che gli italiani avrebbero dovuto fare per non farsi incantare da Berlusconi.
Andò diversamente dalle previsioni di Adornato. Diversamente perché la macchina occhettiana restò gioiosamente in garage. Diversamente perché l’Italia non ragionò come suggeriva Nando. Diversamente perché la creazione adornatiana non si trasformò affatto nel partito unico della sinistra riformista, ma divenne l’ennesimo partitino della coalizione. Ne uscirono 19 parlamentari targati Alleanza democratica, ma, anche in questo caso, le doti di semplificazione predicate da Ferdinando non furono apprezzabili appieno: alcuni deputati e senatori fecero i gruppi di Alleanza democratica; altri, fra cui il nostro, trasmigrarono nel Pds. Classico esempio di scissione dell’atomo, quasi una fotografia della sinistra italiana.
Ma sia ben chiaro. Quando c’è da semplificare il quadro politico, Ferdinando non guarda in faccia a nessuno. Per lui non c’è destra e non c’è sinistra. E infatti, dopo essere passato nelle file di Forza Italia, eletto prima nel collegio di Portogruaro e poi nelle liste blindate, ha iniziato a lavorare incessantemente per il partito unico dei moderati, una forza che guardasse al Partito popolare europeo. Avrebbe dovuto chiamarsi Casa dei moderati, poi gli dedicò un libro a metà fra viabilità e politica (La nuova strada), quindi si concentrò sull’obiettivo nel primo seminario di Todi, dando vita al comitato di Todi e poi all’assemblea costituente, fino alla Carta dei Valori del nuovo partito. Ma, al di là di una certa fantasia semantica, Ferdinando aveva una sola idea ben chiara: il partito unitario.
Almeno fino a piazza San Babila e alla nascita del Popolo delle libertà. Che - obiettivamente - Adornato ha contestato fin da sotto il predellino: «Non si caratterizza - scrisse su Libero - come un partito unitario, ma come un nuovo partito del leader che punta ad allargare il suo consenso attraverso l’“annessione” di altre forze politiche o dei suoi elettori. Se i Ds avessero proposto alla Margherita un percorso analogo (“chi ci sta, ci sta”) il Partito democratico non sarebbe mai nato». E, se lo diceva lui che tanto si era speso per la semplificazione del quadro politico a sinistra, c’era da crederci.
Insomma, posizioni legittime quelle di Nando, dubbi seri. E non potrebbe essere stato diversamente per uno che - da anni - apriva bocca quasi esclusivamente per spiegare il suo progetto di semplificazione del quadro politico a destra. Titolo esemplare di un’intervista, sempre a Libero: «Così ho convinto Silvio a lanciare la sfida del partito unico. I dubbi degli alleati? Prevedibili, ma se perdiamo tempo il bipolarismo è a rischio». Prima riga: «Le ipotesi sono due: o facciamo il Partito delle libertà entro le politiche del 2006, o lo facciamo dopo. Dopo la sconfitta, intendo».
Potrei continuare per pagine, con un trattato di ferdinandoadornatologia, scienza che studia la semplificazione del quadro politico.
Quindi, è chiaro che in questi giorni, la nascita della lista unica fra Forza Italia, Alleanza nazionale, Pensionati, Repubblicani, Nuovo Psi, liberaldemocratici di Dini, Dc per le autonomie di Rotondi, forze locali del centrodestra e forse anche Udeur, federata in alleanza con la Lega, è il trionfo del progetto di Adornato.
Piccolo particolare: dal 1° febbraio Nando ha lasciato Forza Italia per aderire all’Udc. Il partito che nella «sfida del partito unico» per ora non c’è.