Adornato: «La sinistra rompa con quegli anni»

«Si è passati dal ’68 di “Let it be” all’Internazionale. È iniziata lì la contestazione a meritocrazia e famiglia, vista come un carcere»

da Roma

Dal Palasport di Bercy, Nicolas Sarkozy fa risuonare uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale, l’anatema contro il Sessantotto. Non ha dubbi il candidato del centrodestra alle presidenziali: «Il Sessantotto ci ha imposto il relativismo intellettuale e morale», «i suoi eredi hanno imposto l’idea che tutto era uguale, che non ci fossero differenze tra bene e male, tra vero e falso, tra bello e laido». E ancora: nel Sessantotto ha trionfato chi cercava di far credere «che l’allievo valesse il maestro e la vittima meno del delinquente». Conclude Sarkozy: «Hanno fatto credere così che non ci fossero più valori, gerarchia, e ci sono riusciti». Insorge l’ex leader studentesco Daniel Cohen Bendit (oggi eurodeputato verde), si arrabbia Fausto Bertinotti, è soddisfatto invece Ferdinando Adornato, deputato di Forza Italia e direttore di Liberal, che quattro anni fa pubblicò un pamphlet intitolato: Sciagurati quegli anni.
Onorevole Adornato, che dice, l’avrà letta qualche consigliere di Sarkozy?
«Beh, questo francamente mi pare troppo. Però è vero che in tempi non sospetti abbiamo avviato, su Liberal, un processo di revisione critica sulla retorica sessantottina, di cui questo dibattito francese dimostra l’attualità».
Quella di Sarkozy è una vera e propria invettiva.
«Nel merito ha profondamente ragione. Le premesse della sua campagna elettorale sono buone, il suo nuovo corso si annuncia come una svolta, questa campagna di chiarificazione culturale è ottima, coglie nel segno».
Si può buttare a mare il Sessantotto? Cohen Bendit dice: non rimpiango i tempi in cui alle mogli, per aprire un conto corrente, serviva il nulla osta del marito...
«Infatti è importante una distinzione di partenza: c’è il Sessantotto di Lenin, e c’è quello di Lennon...».
Classificazione folgorante. Mi pare di intuire quale dei due lei preferisca...
«C’è un Sessantotto che è stato un grande sommovimento, momento di trasformazione necessario della società. È la rivoluzione dei baby boomers...».
Ma come si distingue il Sessantotto «buono» da quello «cattivo»?
«Nel giro di sei mesi quel Sessantotto finisce, e cala la cappa ideologica marxista: si passa in un baleno da Let it be all’Internazionale».
Si rompe un modello autoritario, di società...
«Ma se ne afferma uno altrettanto autoritario: anche questa mitizzazione del ruolo della donna: da “angeli del focolare” passano ad “angeli del ciclostile”...».
Lei dice che la politicizzazione ha prodotto i guasti denunciati da Sarkozy?
«I ragazzi che si affacciano alla storia in zazzera e minigonna, si chiudono dentro una gabbia che costruisce modelli distorti sia sul piano privato che quello politico».
Ad esempio?
«Credo che la contestazione alla famiglia nasca allora, quando - in testa due intellettuali come Deleuze e Guattari - si paragona la famiglia al carcere, ai manicomi, istituzioni totali e repressive».
E poi?
«L’ideale della “coppia aperta”, incarnato dal modello Sartre-Beauvoir, teorizza un modello di libertà assoluta e trasgressiva che sfascia le coppie... Per non parlare della polemica contro la meritocrazia, nemico assoluto della pedagogia egualitaria, e della lotta ottusa contro la cosiddetta “selezione di classe”».
Questo sul piano sociale...
«Sul piano politico, direi che l’intero attuale bagaglio della generazione che a sinistra sta fra i 50 e i 55 anni si forma in quegli anni: è allora che si celebra l’antiamericanismo, è allora che nasce il terzomondismo, sempre in quegli anni iniziano la campagna sul senso di colpa dell’Occidente, la demonizzazione assoluta dell’avversario (allora si parlava di Fanfascismo per Fanfani, e di Belzebù per Andreotti) e infine, per citare l’ultima variante italiana, la complottistica teoria del doppio Stato....».
Coglierà l’occasione rilanciando l’offensiva in Italia?
«Senza indicare un nuovo nemico pubblico, credo che la sinistra possa fare i conti con il passato, soprattutto tenendo conto che la nascita del Partito democratico può essere una rottura con quelle culture ideologiche ancora dominanti a sinistra».