"Adoro vedere le donne con le mie scarpe ai piedi"

Cesare Casadei: "Si può essere sexy anche con le ballerine o gli stivali". Poi elogia la precisione: "Dietro ogni creazione c'è una ricerca di ingegneria"

Milano - «Mio padre, vero ingegnere della calzatura, mi diceva: “Non fare mai una cosa che una donna non potrà indossare”». Per questo Cesare Casadei, direttore creativo del marchio fondato a San Mauro Pascoli nel ’58 dal padre Quinto, è ai piedi di molte star con le scarpe che portano il suo cognome (oggi presentate per la prima volta a Milano). Da Demi Moore a Beyoncé, da Anne Hathaway a Eva Mendes. Che, all’ultimo festival di Venezia, dopo aver calcato il red carpet sulle décolleté con il famoso triplo plateau (quello che ti alza di 14,5 cm, ma ti sembra di camminare su 9 cm), «le ha trovate così comode che le ha tenute tutto il giorno».

Le vostre scarpe sono pezzi di design e sono pure comode. Come fate?
«Dietro ogni scarpa c’è una ricerca di ingegneria. Non guardiamo solo al look, ma anche al comfort. Per questo piacciono».

Dici Casadei e pensi ai red carpet. Ma voi fate anche i tacchi per «comuni mortali»…
«Certo, e trovo che una donna sia sexy anche con le nostre ballerine, e gli stivali con tacchi da 2, 5, 8 cm. Mi piace vedere le donne che di mattina escono con scarpe rasoterra e di sera si trasformano, come farfalle. Lavorare con loro è un’esperienza a 360 gradi».

Nella collezione per il prossimo inverno c’è sia la sera, sia il giorno. I pezzi più rappresentativi?
«La scarpa couture in raso di seta con ricami in Swarovski, che sembra un’incrostazione di ghiaccio. E la «Saturn» costellata di piccoli dischi in metallo: luminosa e rock. Da giorno, lo stivale con triplo plateau in cuoio lavorato come se fosse legno, quello double face anni ’70, e lo stivale con la catena inserita nel tacco. Tutti morbidissimi, piacevoli al tatto, comodi».

Le sue fonti di ispirazione?
«Il cinema, la musica, le icone femminili di ieri e di oggi: da Marilyn a Katy Perry. Per questa collezione ho immaginato le scene di “Hollywood Party”, e fatto un tributo alla “Belle de Jour” e a Twiggy, il borghese e il fashion: mi piacciono i contrasti. Io immagino, poi il sogno si realizza quando vedo le donne camminare sulle mie scarpe; mi piace osservarle anche quando le provano in boutique».

Ma quante boutique avete nel mondo?
«Dodici. La tredicesima la apriremo dopo Pasqua a Capri, da sempre mia fonte di ispirazione. Avrà lo stesso concept di quella di Milano, ma in stile mediterraneo».

Dalla Romagna, suo padre arrivò negli Usa in pochi anni. Oggi sarebbe possibile?
«Nel ’64 esportava già in vari Paesi. Era come i pionieri del Klondike, un piccolo Paperon de’ Paperoni. Oggi è difficile, se non sei supportato da strutture che credono nel tuo lavoro: la scarpa è un elemento complicato, basta una persona che lavora male per rovinarla. Io sono stato fortunato, per me questa è una passione non un business. D’altra parte ogni scarpa per me è un’emozione».

Casadei è un simbolo del made in Italy. Mai pensato di delocalizzare?
«Mai. Produciamo tutto in Italia, per mantenere alta la qualità, oltre al sapore della vera scarpa italiana. Eppure siamo riusciti ad abbassare i prezzi del 10 per cento».