Lo adottò a distanza 40 anni fa Lui va a trovarla, ora è vescovo

Diventato monsignore in Camerun, ha voluto conoscere la contadina dell’Alto Adige che l’aveva aiutato

Carramba che sorpresa. Neppure gli autori dei nostri programmi televisivi più spudorati l’avrebbero combinata così bene. Ma non bisogna neanche stupirsi più di tanto: quante volte s’è detto che la realtà sa arrivare molto oltre i limiti della nostra fantasia?
Questa carrambata senza speculazioni e senza siringate di dettagli ruffiani nessuno l’ha filmata. Per quanto sia tenera e clamorosa, riuscirà a restare per sempre intima e personale, quasi una lezione morale a chi ormai sa esprimere sentimenti soltanto sulla pubblica piazza.
Qualche settimana fa, la sorpresa bussa alla porta di una nonna dell’Alto Adige. La signora è Maria Heiss, una gagliarda ottantenne che vive a Pennes, un candido villaggio con il suo doveroso campanile appuntito come una matita, lassù a quota millecinque. Quando sente suonare il campanello di casa, frau Maria non potrebbe mai immaginare, neppure sforzandosi altri ottant’anni, chi ci sia dall’altra parte dell’uscio. Aperta la porta, trova un uomo di colore, perfettamente in gamba, anche se già presenta i primi colpi di neve tra i capelli. Strano, più che altro, il suo vestito: scuro, col colletto bianco, quasi fosse un prete...
«La signora Maria Heiss?».
«Sono io. Lei chi è?».
«Ho percorso tanti chilometri per conoscerla. Sono monsignor George Nkuo, vescovo di Kumbo. Ho 47 anni, vengo dal Camerun. Sono qui per conoscerla, ma soprattutto per dirle il mio grazie infinito».
Una volta superato l’impaccio iniziale, la carrambata del secolo entra nel vivo. Lo strano signore nero in nero aiuta la sua ospite a ricordare. È vero, come dimenticare. Ormai quarant’anni fa, esattamente a metà della sua lunga e invidiabile permanenza su questo mondo, Maria si era ammalata seriamente. Per guarire, oltre alle cure, aveva deciso di affidarsi ad un voto sacro e solenne: avrebbe adottato a distanza un bambino povero dell’Africa, inviando denaro per levarlo dalla fame e per garantirgli un’istruzione, che poi sono le due tangenziali veloci per uscire dalla disperazione. All’epoca il gesto conservava una sua eccezionalità, prima che diventasse una pratica umanitaria diffusa ed efficace, nonostante qualche volta ormai trascenda in moda vagamente chic (per qualche anima bella adottare un bimbo a distanza è diventato il modo più spiccio per fare bella figura in salotto, adesso che l’acquario dei pesci esotici comincia a risentire un po’ di crisi).
La signora Maria non è mai stata ricca. Ma mai sarebbe venuta meno al suo impegno, sancito con un voto davanti a Dio e davanti alla propria coscienza. Puntualmente, per anni, dall’Alto Adige sono partite somme di denaro molto particolari, del genere che all’origine sono esigue, ma non appena arrivano in certe zone diventano veri e proprio capitali, capaci di cambiare la vita alle persone. Per non mancare mai una scadenza, la generosa Maria aggiungeva alle sue incombenze quotidiane un continuo lavoro a maglia: sciarpe e maglioni, alla fine, venivano venduti ai suoi compaesani, così da tenere in piedi negli anni il cosiddetto ciclo virtuoso dell’impresa.
Il piccolo adottato - la carrambata ormai non ha più segreti da svelare - era ovviamente George Nkuo, quello che adesso è il corpulento vescovo seduto nel tinello di Maria. Le due estremità del mondo, questa anziana signora delle valli alpine più sperdute e questo alto prelato dell’Africa più profonda, si guardano negli occhi, tenendosi per mano. Il monsignore è arrivato in Italia come si raggiunge la meta più simbolica di un lungo viaggio. Spiega alla sua seconda mamma, con parole di gratitudine: «Maria, ci tenevo tanto a venire. I soldi mi sono serviti per studiare. A luglio sono diventato vescovo: ho realizzato il sogno della mia vita. Una delle prime cose da fare, per me, era venire a ringraziare chi l’ha reso possibile».
Il resto non è cosa che vada rovinata con inutili sovraccarichi di sentimentalismo. La storia è dolce e leggera di suo, non ha bisogno di altri aggettivi. Là dove i moderni gross-market del cuore dispenserebbero primi piani e zoomate a raffica, risuonano soltanto le scarne parole di Maria. Raccontando la storia al settimanale della diocesi, il Sonntagsblatt, mette la cornice migliore al suo acquarello bellissimo: «Ho scoperto che il mio bambino adottivo è diventato vescovo. Nulla poteva rendermi più felice. Ora posso morire in pace».