Adriano: "Io smetto Non mi diverto più"

L’attaccante brasiliano rivela che lascerà il calcio per un po’ di
tempo: "Non voglio tornare in Italia. Non sono malato. È una scelta di
vita"

Le parole arrivano lente, con tutto il peso di chi ha sulle spalle un male oscuro, che ti frulla nello stomaco, ed è rabbia, impotenza, fatica. Adriano non fugge più. Adriano si siede e dice basta. Bastano poche frasi, con gli occhi bassi: «Per un po’ smetto. Ho perso la felicità». Adriano dice che non tornerà in Italia. «Voglio vivere qui, in pace, in Brasile». È uno stop. Non si sa quanto lungo. Quello che serve. Come ha detto Mourinho qui non è in ballo il calciatore, ma l’uomo. La sua vita. Il football di questo ragazzo cresciuto nelle favelas è, da brasiliano, bailado. È allegria. È divertimento. Se non è questo non è nulla. Quando la palla è pesante non va lontano e non serve a guarire certe malinconie. Non fa tornare in vita chi non c’è più. Il destino di Adriano si è spezzato il giorno in cui la morte si è portata via il padre. Lui, quel giorno, si è sentito solo in mezzo al campo. E nudo fuori. Il resto è un naufragio. È la birra buttata giù a litri. È la notte in discoteca che non finisce mai. È quella voglia di restare a letto anche quando fuori c’è il sole e gli altri vanno al campo e si allenano. Troppo pesante. «Non sono ammalato - dice ai giornalisti che lo ascoltano in silenzio -. Non so come andrà avanti la mia carriera. Non so neppure se resisterò una o due settimane senza giocare». L’Italia, dove è arrivato appena maggiorenne, è diventata la sua prigione. Milano non è la sua città. Il sole da queste parti arriva grigio. «In Brasile mi sento felice, vicino ai miei amici, ai miei familiari». Forse è davvero tutto qui.

Magari è davvero questo il giallo di Adriano. Tutti a chiedersi perché non tornava. Forse la soluzione era già nelle parole del suo allenatore e dei compagni di squadra, che in questi giorni ripetevano uno dopo l’altro: «Ora è importante salvare l’uomo». Il calciatore è lontano. È una maschera vuota. Non c’è più il ragazzino che in un’amichevole estiva con il Real Madrid, quello che vede una palla ferma, si avvicina, tira via gli anziani e spara una punizione sotto l’incrocio dei pali, lì dove gli dei chiedono grazia. E gli uomini in camicia bianca, quelli del Real, si guardano in faccia perplessi e sussurrano: «Ma da dove è uscito questo?». Gli altri, i compagni di squadra in neroazzuro, mostrano più o meno la stessa faccia. Non per il gol, ma perché cose del genere di solito si fanno in allenamento. Non al debutto.
Questo Adriano è andato via da tempo. Non c’è più il ragazzo che caricava come un minotauro mitologico tutti i mortali che si trovava davanti. Difensori appesi alla maglietta, zolle di terra in aria, la potenza di chi sradica il futuro e lo manda a pascolare in tribuna. Non c’è più niente di tutto questo. Non c’è il sinistro dinamite. Roba da gigiriva, ma senza il carattere di Rombo di Tuono. Qualche volta il problema è questo, quando Dio ti dà armi del genere devi avere spalle molto larghe per sopportarle. Altrimenti sei sempre lì, alla frontiera di un burrone.

Ci hanno provati in tanti a tirarlo via. Fai un passo indietro, ragazzo. Ci ha provato Moratti, Mancini, Sinisa il serbo, l’amico Julio Cesar, e poi Baresi, e Mou. Niente da fare. Quella maledetta tristezza è rimasta lì, tra il cuore e il cervello. E quando sei triste non ce la fai a guardare negli occhi un pallone. Ora Adriano dice: «Non ho nulla contro l’Inter, ma non mi piace vivere in Italia. Troppe pressioni, mi stanno addosso da quando ho 18 anni». Qualche volta è necessario scendere dalla giostra e vedere se si può ricominciare. Niente birra, niente notti, niente donne. Ora il futuro è tutto nelle sue mani. L’unica cosa certa è che resterà in Brasile. Dove? «Dovrebbe essere il Flamengo, altrimenti mia nonna mi fa fuori».