ADRIANOPOLI Dove l’impero tremò

Nel pressi di Adrianopoli, nei Balcani, il 9 agosto del 378 i Goti annientarono l’esercito campale romano comandato dall’imperatore Valente, che morì nella battaglia e il cui corpo non fu mai più ritrovato. Si trattò della più dura sconfitta subita da un esercito romano dai tempi di Teutoburgo e l’eco del disastro gettò nel panico le popolazioni di tutto l’impero.
Alessandro Barbero, che due anni fa ha pubblicato una ricostruzione della battaglia di Waterloo particolarmente convincente e stimolante, ha dedicato la sua ultima fatica a questo episodio controverso della storia militare, indicato da molti come un punto di svolta nell’evoluzione della guerra e un passaggio cruciale nella crisi dell’impero romano (9 agosto 378. Il giorno dei barbari, Laterza, pagg. 237, euro 18). Il testo del libro è la rielaborazione di un ciclo di letture radiofoniche tenuto per la Rai.
La posizione di Barbero, molto ben articolata, è ben più sfumata di quella corrente. L’autore ricorda come sia vero che il Danubio divideva nel quarto secolo le terre occupate dai Goti da quelle sotto la giurisdizione imperiale, ma la frontiera era molto meno permeabile di quanto si possa credere. L’impero era in costante carenza di mano d’opera e si dimostrava sempre disponibile ad accogliere immigrati. Anche l’esercito romano era aperto agli arruolamenti di barbari, singolarmente o anche in formazioni integrate, delle quali venivano accolti anche i comandanti. Molti di loro entravano nelle file dei ceti dirigenti imperiali.
La storia della battaglia inizia proprio come un episodio di immigrazione dalle dimensioni inusuali. I Goti in fuga davanti agli Unni premono sui confini dell’impero, ma non sono un popolo in armi. Si tratta piuttosto di profughi in lunghe colonne: chiedono asilo, riparo, protezione, qualcosa da mangiare e un lavoro anche modesto.
Quando viene a sapere di loro, l’imperatore Valente li considera una risorsa più che un pericolo. Da Antiochia, dove si è recato per organizzare una spedizione contro i Persiani, ordina di traghettare i fuggiaschi oltre il Danubio e di offrire loro di che sfamarsi, in attesa di trasferirli in zone da ripopolare con le nuove risorse demografiche. Sono i romani a traghettare oltre il fiume i Goti, in modo sempre meno ordinato e senza riuscire a disarmarli. La situazione degenera lentamente, tanto che l’imperatore risponde quasi con fastidio alle comunicazioni che gli arrivano dai suoi luogotenenti, incaricati di riportare la situazione sotto controllo. Sono le incapacità dei romani, la loro corruzione e la loro inefficienza nel gestire i campi di raccolta a scatenare la rivolta. Spinti dalla disperazione, i Goti prima prendono il sopravvento sui loro custodi, poi resistono ai primi scontri con i reparti dell’esercito inviati a sedare la ribellione. Così facendo si armano alla romana, si organizzano militarmente, prendono coscienza delle proprie possibilità. Il numero garantisce loro il controllo del territorio, solo le mura delle città sono di ostacolo alle loro scorrerie.
Finalmente Valente deve decidersi ad abbandonare i progetti di invasione a ovest e tornare in Europa per fronteggiare la minaccia, che però non appare mai grave. Quando l’esercito romano intercetta quello dei Goti ribelli nei pressi di Adrianopoli, i legionari e i cavalieri catafratti (cavalleria pesante) che lo compongono non hanno dubbi sull’esito della giornata. Solo che qualcosa non funziona, le ali della cavalleria romana si sbandano, alcuni fuggono, altri rifiutano di impegnarsi. Lasciata sola, con i fianchi scoperti, anche la più solida delle fanterie pesanti ha il destino segnato. È stata la storia di Canne, sarà quella di Rocroi. I fanti si ammucchiano gli uni sugli altri, le formazioni si sbandano, inizia il fuggi fuggi e con esso la fase dell’inseguimento e del massacro.
Non è vero, ci dice Barbero, che la battaglia sia una vittoria della cavalleria sulla fanteria, il punto di svolta fra l’antichità delle legioni e il medioevo dei combattenti corazzati a cavallo. Gli eserciti che si affrontano ad Adrianopoli sono simili, Goti e imperiali sono armati e combattono allo stesso modo. Anni di contiguità li hanno spinti ad un’integrazione maggiore di quella che loro stessi immaginino.
Neppure le conseguenze della battaglia sono immediatamente sconvolgenti sul piano politico: il nuovo imperatore Teodosio riporta presto l’ordine nella regione e l’impero durerà ancora più di mille anni, almeno nominalmente.
Quella che scompare il 9 agosto del 378 è la fiducia che l’esercito romano nutriva nelle proprie possibilità. Da quel momento i barbari fanno veramente paura.