Un aedo a New York

Seduto in un vagone del treno suburbano, il vecchio con occhiali a specchio se ne sta in disparte. Poi due giovani, incuriositi dal suo aspetto, gli rivolgono la parola...

Era un nero. La faccia di cuoio stagionato. Infossandosi dietro agli occhialoni a specchio, ghirigori di rughe calavano dalla fronte al mento. A contarli, gli avresti dato tremila anni d’età. Più o meno. Sotto il pastrano, indossava un lino senza tempo, completo di gilet doppio petto. L’ala del panama, alta sul crespo brizzolato, si schiacciava tra schienale e finestrino. Il treno suburbano filava verso l’Hudson. Primavera. Mattina. Sopra la foschia, già zigzagava la skyline di Manhattan. Il verde dei germogli sarebbe stato tenerissimo, a Central Park.
Sui posti davanti a lui, due ragazzi. La biondina masticava gomma e correggeva bozze. Una stagistina del New York Times, fresca di Università. Il suo compagno studiava la mano destra del vecchio, appoggiata al ginocchio. Un bronzetto arcaico. Tranne per il dito medio, che ritmava qualcosa, forse una melodia. Un colpetto lungo, due più brevi. Per sei volte. Sei misure. Un esametro. In mezzo, una specie di pausa, una cesura. Poi ricominciava. Sull’anulare scintillava un castone di corallo, con incisa, a rilievo, una figura arcana, un uccello con volto di donna. Una Sfinge. O forse una Sirena.
La ragazza, più pratica, osservò la cipolla di ferro che spuntava dal taschino del panciotto. Rischiava di sgusciare fuori, per il rollio esagerato sui binari. «Il suo orologio, signore...» disse lei, sfiorando il braccio dell’uomo.
«Oh, grazie, amica mia» rispose il vecchio, sempre guardando fisso davanti a sé. Era l’attimo che separa l’anonimato dalla confidenza lunga un paio di fermate, prima del capolinea. E l’uomo parlò. «Siete studenti?». «Giornalisti», rispose il ragazzo, una punta di ruggine nella voce. «Colleghi, allora» riprese l’altro. L’alba di un sorriso creò il marasma nei canyon intorno alle labbra. «Io faccio reportage» continuò lui «servizi di guerra. Sono qui per le Torri...». «Le Twin?» domandò il giovanotto, reprimendo uno sbuffo. «Quelle», fu la risposta. «Ma sono preistoria...» strascicò il praticante.
«Ragazzo» riprese il millenario, con calma «certi fatti sono nel tempo. Altri sono il tempo. Con i primi si fa la cronaca, il vostro campo, immagino. Con i secondi l’epica, il mio». Un’occhiataccia, e la ragazza bloccò il compagno, che stava mulinandosi l’indice intorno alla tempia, come a dire: «Ecco un altro matto!».
«So che cosa stai pensando, figliolo» disse il nero «e forse non hai tutti i torti. Ma io sono della vecchia guardia. Il mio ufficio mi spedisce sul posto quando il vento ha appena finito di spazzare la cenere e la polvere delle macerie. Ho lavorato a Babilonia, a Gerusalemme, a Berlino, in Vietnam... Ma più di tutto in Medio Oriente. Saranno suppergiù tremila anni che impazza qualche Desert Storm, laggiù... Ho in mente uno dei miei primi servizi. Qualcuno ne parla ancora. Una cosetta sulle diciannovemila righe, se ricordo bene. E poi il Direttore mi chiese di stare sul pezzo. Così completai con un ritrattino di un reduce di guerra. Gettonato anche quello. Una storia lunga. Una specie di odissea. Rambo - chiamiamolo così - ci mise dieci anni a tornare a casa. Si era illuso di ritrovare la pace, la sua donna, il suo ranch... E, invece, un putiferio. E poi è ripartito. Altro giro, altra missione. Ma, a pensarci bene, forse era lui che dopo tanta guerra non era più adatto alla vita civile, ai giorni normali».
«Signore, mi scusi» s’intromise la ragazza, riponendo le bozze nello zainetto «forse ho sentito male. Quante righe? Diciannovemila? Ma per quale giornale scrive, lei?». «Niente carta stampata, figliola» rispose il personaggio «tutto orale, tutto raccontato a viva voce. Tecnica televisiva. Ma senza riprese, senza cameramen. Tutto qui, sullo schermo più vasto e più bello che abbiamo: la memoria». La mano destra del vecchio s’era alzata, l’indice adesso sfiorava la fronte. Poi, con ampio arco, si portò al centro del petto, proprio sotto al farfallino stazzonato, là dove il cuore ha il trono.
«Ne deve avere, lei, di memoria» intervenne il ragazzo «per tenersi dentro tutta quella roba. Forse ignora che oggi abbiamo i giga, sa, i dischi rigidi, nei computer. Basta con i problemi di memoria, nonno!».
«Problemi di memoria?» mormorò il vecchio, alzando il mento, forse per un picco di fierezza. «Quali problemi? Io ricordo da sempre. Tenere a mente è come respirare, per me. Ho avuto ottimi maestri. C’è un metodo. Tutto è ritmo. Prendi le onde del mare, ragazzo. Pensi che possano dimenticare la loro canzone? Rifletti sulle stelle che girano in cielo: quando mai smarriranno i loro sentieri? Perfino questo polso di donna» e con un gesto improvviso, dolce, l’uomo pose la sua mano su quella della ragazza «moltiplicherà all’infinito il suo tamburo di vita. Pensi che ci stiano più giga nel tuo hard disk, o nella memoria del sole, l’eterna cadenza di tutte le aurore, di tutti i tramonti del mondo?».
Si sentivano solo lo sferragliare del treno, adesso, e il vocio dei passeggeri.
«Chissà che stile moderno, il suo»: il tono del ragazzo era rauco d’ironia. «Stile degli universi paralleli, figliolo» rispose l’uomo, sospirando e appoggiandosi allo schienale «si chiama similitudine. Paragonare. Costruire legami. Manhattan è là. Ma per arrivarci ti serve un ponte, un tunnel, un traghetto. Ecco, noi gettiamo ponti di parole, tra una realtà e il suo doppio. Pensa a ciò che succederà tra poco, quando saremo arrivati alla stazione. Descrivi la scena da cronista. “Migliaia di persone invadono le pensiline”. Io la prendo diversa, più calma. “Come in primavera le api escono dal favo, e sciamano ciascuna sul suo fiore...”, “Come le mosche si radunano sul latte appena munto, nella stalla, e il secchio si fa nero...”. Cerco di metterci la vita, ragazzo».
«Avrà un’agenzia. O si inventa anche le notizie?»: il giovanotto andava al sodo, non gli piaceva come si era messa la partita. «Si chiama Musa, la mia agenzia» rispose il maestro «è infallibile, una specie di radio per parlare con Dio». «Il pezzo sulle Torri, signore» s’intromise la biondina «ha già pensato come lanciarlo?». «Oh sì» fu la risposta «più o meno così: Devi raccontarlo tu, Musa, il furore venuto dall’est/ catastrofica ira, che infiniti lutti inflisse/ a New York, e spinse migliaia di vivi nell’Ade...».
Capolinea. «Arrivederci allora» disse lei, alzandosi «signor...». «Chiamatemi Homeros» rispose il vecchio, sfoderando un sorriso alla Morgan Freeman. E alzandosi, fece scattare con la sinistra un bastone snodabile, sottile, laccato di bianco. Un bastone da cieco.