Aem-Asm, due incognite sulla fusione

L’8% del capitale rastrellato attraverso i bond convertibili

da Milano

La fusione Aem Milano-Asm Brescia? Si farà, forse. Perché farla è un’ottima idea: creerebbe un gruppo europeo, a controllo italiano, con asset importanti, propri e in altre società partecipate e controllate, in un’area tra le più ricche d’Europa, geograficamente strategica. Però bisogna riuscire a farla. E nonostante le dichiarazioni di volontà dei sindaci, di ottimismo del presidente e ad di Aem, Giuliano Zuccoli, ambienti finanziari milanesi continuano a intravedere qualche difficoltà. I problemi sarebbero essenzialmente due: il mantenimento del controllo in mani italiane e la parità azionaria.
Cominciamo dal controllo. C’è chi si preoccupa del «fattore Z». Ci sono alcuni dati certi: Romain Zaleski ha una partecipazione del 10% in Edison, un altra del 3% in Asm, in più potrebbe ottenere un’altra quota nella ex municipalizzata bresciana attraverso la fusione Mittel-Hopa, in cui avrà una presenza importante. Poi ce ne sono altri, affascinanti, ma meno certi. Sembra cioè sicuro che i bond Aem che convertiti equivarrebbero a un 8% del capitale siano passati di mano: «Quell’8% è stato concentrato in poche mani e non è più in quelle dove era un tempo» ha detto una fonte ben informata al Giornale. Che poi quella quota sia finita in mano a Zaleski è possibile, come sostengono alcune fonti, ma è non è affatto provato. E in ogni caso i bond potrebbero essere rimborsati.
Se però tutte le partecipazioni fossero davvero in un’unica mano, ci sarebbero abbastanza carte per giocare una bella partita. Che preoccupa alcuni ambienti milanesi. Perché la domanda è: con chi si schiererà il finanziere? Con i bresciani, o magari con i francesi di Edf? Il timore che circola in ambienti milanesi è infatti che si voglia addirittura arrivare a un asse Parigi-Milano-Brescia in cui i francesi farebbero la parte del leone. Forse è fanta-finanza, ma la fonte non è abituata a fantasie. Anche perché il Comune di Milano ha scelto come consulente industriale il libanese Fady Khalouff, un ex dipendente di Edf.
Punto due: i concambi. C’è niente da fare: anche «portando» Amsa in Aem, il Comune di Milano non raggiunge la parità con Brescia. Almeno a questi livelli borsistici. Con un particolare: che per far lievitare un flottante del 30% non ci vuol molto, accusano fonti milanesi. Poi Asm fa pesare il debito di Aem, che ribatte sottolineando l’accresciuto valore delle partecipazioni in Edison e Atel. «La situazione si sblocca solo se tutti e due la vogliono sbloccare: le soluzioni sono più di una» ha detto una fonte. Una possibilità sarebbe arrivare al controllo del 51%, con un maggior peso azionario di Brescia, che però accetterebbe un diritto di voto alla pari in cambio di una più alta redditività delle azioni «sterilizzate». Un’altra via d’uscita sarebbe l’ingresso di un terzo partner nell’alleanza (voci in questo senso erano già circolate lo scorso anno), si ipotizza Enìa. Terza soluzione potrebbe essere l’ingresso di una finanziaria regionale che starebbe già scaldando i muscoli a bordo campo.
E se queste o altre soluzioni non dovessero funzionare? «I matrimoni si fanno solo se c’è l’interesse di tutti» ha detto una fonte interessata alla trattativa.