Aem, tramonta la fusione con l’acquedotto

Attesa la decisione della Ue sulla validità dello statuto

Chiara Campo

È tramontata l’ipotesi di fondere il servizio idrico gestito da Mm con Aem, l’azienda energetica milanese di cui il Comune è azionista di riferimento con il 34% delle azioni. Neanche due mesi fa, il sindaco Gabriele Albertini aveva messo in campo un gruppo di lavoro - di cui facevano parte l’assessore al Bilancio Mario Talamona, i presidenti di Mm Giulio Burchi e di Aem Giuliano Zuccoli e il direttore generale del Comune Giorgio Porta - incaricato di valutare se la fusione tra l’acquedotto, posseduto al 100% da Palazzo Marino, e Aem (di fatto un’azienda privata) fosse fattibile dal punto di vista tecnico e giuridico. Se si potesse, cioè, attuare un trasferimento diretto evitando di ricorrere alla gara pubblica e, se possibile, bypassando anche il consiglio comunale.
L’operazione avrebbe permesso al Comune di aumentare il capitale in Aem, obiettivo caldeggiato dal sindaco visto che è attesa la decisione dell’Ue sulla validità dello statuto aziendale, ed è in discussione se il Comune possa mantenere il controllo anche dopo che la sua quota è scesa sotto il 51 per cento. Ma dopo l’entusiasmo iniziale, regalato circa un mese fa dai consulenti legali di Aem, incaricati di valutare la fattibilità del piano, le conclusioni a cui è giunta l’Avvocatura comunale sono state invece una doccia fredda: il gruppo di lavoro si è sciolto e il sindaco ha rinunciato - sembra definitivamente - alla partita.
L’intera operazione, sottolineano infatti gli avvocati del Comune, si fonda intanto sul presupposto che la durata della gestione del servizio idrico integrato da parte di Mm venga prolungata a 30 anni, periodo notevolmente più lungo di quello transitorio - 5 anni - previsto in origine per l’affidamento diretto. Inoltre, non si tratterebbe più di un affidamento «in house», cioè tra due società possedute al 100% dal Comune, una procedura su cui il diritto comunitario peraltro sta fissando paletti sempre più alti, circoscrivendola solo alle «ipotesi eccezionali». A maggior ragione, sottolinea l’avvocatura, sussistono «forti dubbi di legittimità» perché prolungare la gestione a 30 anni sarebbe finalizzata alla fusione di Mm con Aem, società che non ha le caratteristiche necessarie per essere «affidataria in house» e in cui i soci privati sono coloro che acquisiscono azioni in Borsa. Il documento arrivato sul tavolo del sindaco pochi giorni fa non lascia molte speranze, e non dissipa i dubbi dei legali neanche l’argomento della società a capitale misto pubblico-privato: «Si dubita che tale eccezione all’affidamento con gara sia ancora compatibile con il diritto comunitario».
Se l’operazione venisse comunque portata a termine, qualche soggetto facesse ricorso e la sentenza fosse sfavorevole per il Comune, cioè la fusione venisse dichiarata illegittima, i legali si domandano «come si potrebbe porre rimedio», e «se Aem avrebbe titolo a chiedere indennizzi al Comune qualora dovesse “scorporare” la gestione degli acquedotti per permettere a Palazzo Marino di affidarla con gara pubblica». Il Comune insomma, recita infine il documento dell’avvocatura, «non può (far finta) di ignorare che Mm è titolare della gestione di un servizio che non può essere esercitato da Aem, e che invece perverrebbe a quest’ultima per effetto della fusione. Ci si troverebbe esposti ad una facile critica, secondo cui l’amministrazione opera con un chiaro intento elusivo delle disposizioni che regolano l’affidamento dei servizi pubblici». La privatizzazione degli acquedotti, a questo punto, sarà affare della prossima amministrazione.