AEREO IN MARE: 16 MORTI

L’urlo della piccola Maria Grazia: «Mamma, ma papà dove è finito?»

Luciano Gulli

nostro inviato a Palermo

Potevano morire tutti. E questa, se vogliamo, è una consolazione. Poteva accadere di notte. E sarebbe stato peggio. Poteva inabissarsi con tutto il suo carico, alimentando il giallo che già andava tingendo il cielo sopra Ustica. E invece è rimasto a galleggiare, sbilenco, come un gabbiano impiombato. E abbiamo voci, racconti che dicono quel che è stato: un incidente. Poteva esserci mare mosso: e allora i tronconi in cui l'aereo si è spezzato sarebbero stati inghiottiti in un amen, prima ancora che dal porto sopraggiungessero i primi battelli di soccorso.
Sull'ATR 72 partito alle 14.32 da Bari per Djerba, e ammarato alle 15.55 12 miglia a nord est di Capo Gallo, c'erano 39 persone. I vivi sono 23. I morti 13. I dispersi, atroce eufemismo che ci accompagna in questa estate infame - da Londra a Sharm el Sheikh, e sempre con gente nostra di mezzo - sono 3.
Fra i morti ci sono due bambini. Una aveva solo 6 anni. Un'altra bambina, Maria Grazia, 11 anni, si è salvata. E sulla banchina del porto di Palermo, tremante, infreddolita, il volto sbiancato dal terrore, chiede alla mamma, Flora La Catena, che ha 32 anni: «Mamma, dov'è papà?». Mamma Flora tace, lo sguardo vitreo rivolto laggiù, verso il mare, ma non risponde. Maria Grazia è scalza, i vestiti inzuppati d'acqua, sulle spalle un giubbotto che le hanno dato i soccorritori. No, il marito della signora Flora non è sulla seconda motovedetta, che sta attraccando ora. Sulla banchina sono minuti febbrili. Le ambulanze vanno e vengono, mentre i battelli di soccorso, i rimorchiatori, i mezzi dei Vigili del Fuoco alzano enormi baffi d'acqua. Fare presto, prima che l'aereo si inabissi, è la parola d'ordine che urlano nei microfoni dalla Capitaneria di porto.
Uno dei miracolati si chiama Luciano Lucarelli. Dal suo letto d'ospedale, il Civico di Palermo, racconta: «È successo tutto all'improvviso. Fino a quel momento era andato tutto bene. La gente leggeva, chiacchierava, rideva. I pensieri di tutti rivolti alle vacanze, al mare. Se l'immagina, lei, che cosa fa il cuore di uno che sta viaggiando su un aeroplano, appeso lassù, quando capisce che uno dei motori si è spento? Se non se lo immagina è inutile che glielo racconti. In questo momento mi mancano gli aggettivi. Insomma, guardo fuori dal finestrino, e vedo che l'elica del motore guasto si è fermata. Dopo qualche secondo di panico totale, è scoppiato il manicomio. A malapena si sentiva la voce della hostess che diceva: “Calmi, state calmi, abbiamo un problema, stiamo dirigendo sull'aeroporto di Palermo”. Un secondo dopo si è spento anche l'altro motore, e l'aereo a cominciato a scendere in picchiata».
Accanto a Luciano c'era la sua fidanzata, Rosanna Di Cesare. Salva anche lei, anche se con qualche osso rotto. «Non so come abbiamo fatto - continua il racconto di Lucarelli -. A qualche metro da noi, la carlinga si era spezzata. Ho preso Rosanna per mano e ci siamo diretti verso la luce, sgusciando fuori. Siamo saliti su un'ala e lì siamo rimasti guardandoci intorno imbambolati. C'erano borse, oggetti personali, pezzi di plastica che galleggiavano. E gente che gridava, che chiedeva aiuto, perché era rimasta impigliata nello squarcio della carlinga e non riusciva a passare, perché dietro c'erano gli altri che spingevano».
A dare a Luciano la notizia che la sua fidanzata era in buone condizioni è stato il ministro degli Affari regionali Enrico La Loggia, subito corso in ospedale. «Nella concitazione si erano persi di vista per qualche ora. Quando gli ho detto che Rosanna stava bene gli si sono illuminati gli occhi».
Gianluca e Annalisa, 25 e 26 anni, di Bari. Dovevano andare in vacanza a Lecce. «Poi certi amici ci hanno convinto a tentare un'esperienza all'estero. Djerba, dunque, 750 euro tutto compreso. Perché no? ci siamo detti». Negli occhi, Gianluca e Annalisa, hanno ancora scampoli di terrore. «Mi ricordo la voce del comandante che diceva: “State calmi, indossate i giubbotti di salvataggio”. Sull'aereo eravamo in coda. In moto, chi sta dietro ha sempre la peggio - trova la forza di scherzare Gianluca -. A noi è andata bene, proprio perché eravamo lì. Fuori, in mare, abbiamo visto scene di panico autentico, indimenticabili. Gente che nuotava, che gridava, che cercava un congiunto, e magari beveva acqua, rischiando di soffocare». «È stato come in un film. Mi è venuto in mente Titanic - aggiunge Annalisa -. Solo che certe cose ti immagini che debbano succedere solo nei film».
Per una buona mezz'ora dopo il tramonto, la silhouette dell'Atr - era il volo charter Tui 1153 della compagnia Tuninter - è ancora visibile, dicono attraverso i loro baracchini le barche da pesca che ieri pomeriggio incrociavano al largo di Capo Gallo. Gli hanno applicato dei palloni sotto le ali per tenerlo a galla - raccontavano - e un rimorchiatore della Guardia Costiera lo sta trainando verso il porto.
Uno alla volta, man mano che avvengono i riconoscimenti, i nomi dei morti filtrano dalla Procura. Morto è il capo cabina Moez Bouguerra e il meccanico di bordo Harbaoui Chokri. Gravissimo, in rianimazione, è il comandante Chafik Gharbi. Con lui, nello stesso reparto, ci sono la hostess Galia Kebil e il copilota Ali Kebaier. Tra i feriti, molti hanno traumi addominali, prodotti dalla cintura di sicurezza nel violento impatto contro la superficie del mare. Altri hanno acqua nei polmoni, e hanno rischiato di morire affogati.
A ricostruire le fasi cruciali dell'incidente è Vito Riggio, presidente dell'Enac. Chafik Gharbi, il comandante dell'Atr, ha avuto un sangue freddo eccezionale. Merito suo, dicono i piloti italiani che hanno seguito le fasi dell'ammaraggio, se la tragedia non ha avuto proporzioni più vaste. Convinto di riuscire a portare l'aereo a Punta Raisi, Chafik Gharbi si è messo in contatto con la torre di controllo. La reazione, a terra, è stata immediata. Chiusura dello scalo, attivazione dei mezzi di soccorso, una pista subito libera. Ma l'aeroporto era troppo lontano, e l'aereo stava perdendo quota. «Ammarerò», ha fatto sapere a quel punto il pilota. Un lampo, e l'aereo è scomparso dagli schermi radar. Dalla Capitaneria di porto sono partite a razzo le prime motovedette. Ma un contributo decisivo per la localizzazione del velivolo è stato dato da un aereo della «Air One», che volando a bassa quota ha localizzato il punto esatto dell'incidente, fornendo le coordinate al centro operativo.
Un'avaria ai motori, dunque. Questa la possibile causa del disastro, secondo l'Agenzia nazionale per la sicurezza del volo. All'inchiesta parteciperanno anche ispettori dell'omologa agenzia francese, essendo la Francia insieme con l'Italia, Paese costruttore del velivolo. Si studieranno le registrazioni delle comunicazioni radio, le tracce radar, la scatola nera. Ma di attentati, se Dio vuole, non c'è traccia.
Luciano Gulli