Aereo precipita sulle case A Sumatra i morti sono 149

Il pilota forse ha cercato di atterrare in strada ma è finito su un centro abitato

Andrea Acquarone

E cinque. Cinque aerei precipitati, come uccelli feriti, nel giro di un mese e mezzo. Cominciano ad essere sempre più comdivisibili le angosce di quel sessanta per cento di italiani, che all’indomani della tragedia dell’Atr ammetteva di aver paura di volare. La cadenza si sta facendo impressionante. E non può essere solo un caso: oltre cinquecento le vittime dal 17 luglio a ieri.
Il disastro stavolta ha «toccato» terra: tra le vittime dello schianto del Boeing 737-200 abbattutosi come un missile subito dopo il decollo su Medan, nell’isola di Sumatra, ci sono almeno una quarantina di persone che a quell’ora si trovavano in casa o stavano percorrendo le strade di quello che è il quartiere residenziale della città. Giusto a mezzo chilometro dalla fine della pista di rullaggio.
Una palla di fuoco, carica di combustile quella che ha seminato la morte alle 9.40 di ieri mattina (le 4.40 ora italiana), pochi istanti dopo il decollo. Sarebbe dovuto atterrare a Giacarta il Boeing 737. Il bilancio è di 149 vittime, tra cui il governatore della capitale provinciale del Nord Sumatra che si trovava col suo predecessore sul jet: dei 112 passeggeri più cinque membri d’equibaggio imbarcati sul velivolo low cost della Mandala Airlines, 102 hanno perso la vita. Altre 47 persone sarebbero invece morte investite dal jet e dai suoi rottami durante lo schianto. Solo un pezzo della coda ha resistito, e proprio lì si trovavano i quindici(ma i numeri forniti dalle autorià locali sono imprecisi) sopravvissuti all’incidente. Perché di incidente, almeno secondo il direttore della compagnia aerea, Asril Tanjung, si sarebbe trattato: «È altamente improbabile un attentato», ha precisato il funzionario mentre i soccorritori ancora estraevano cadaveri carbonizzati.
«La strada era coperta di rottami fumanti e disseminata di corpi di persone con gravissime ustioni, ho visto anche delle case in fiamme», il drammatico racconto all’agenzia «Misna» di padre John Paul Tarizan, missionario indonesiano dell'ordine dei francescani conventuali. Il suo convento è proprio da quelle parti, nel quartiere di Padambulan, a qualche centinaia di metri dal punto dell’impatto. «Poco prima delle dieci abbiamo improvvisamente sentito uno strano rumore: nessuna esplosione, ma come qualcosa di grande che si spezzava per tre volte. Dalla finestra della nostra casa abbiamo visto salire colonne di fumo nero e denso e subito si è scatenato il caos».
«L'aereo è decollato, ma ha cominciato a oscillare in maniera pesante e a un certo punto un'enorme palla di fuoco è scoppiata vicino la cabina di pilotaggio verso il fondo dell'aereo», ha spiegato invece uno dei sopravvissuti, Rohadi Sitepu, ricoverato con gravi ustioni all’ospedale Adam Malik.
Come sempre ancora solo ipotesi sulle cause dell’incidente. E quelle più verosimili, al momento, sembrano quelle del guasto tecnico o dell’errore umano. Il Boeing, costruito nel 1981 (avrebbe dovuto essere «rottamato» tra otto anni) ha fatto a tempo a salire solo di poche decine di metri prima di perdere quota e andare a schiantarsi col suo carico umano sulle abitazioni, distruggendo una decina di case oltre ad alcuni minibus che transitavano in zona.
Uno scenario d’inferno, quello che si è presentato ai soccorritori. «Sono arrivato sul posto dieci minuti dopo l'incidente. C'erano dovunque corpi che bruciavano», ha spiegato un giornalista locale. «Una decina di case erano in fiamme, così come bus e macchine. L'aereo era spezzato in tronconi e si poteva vedere solo la coda».
Sarà finita questa tremenda estate nera?