Aeroporti e tangenziali nel mirino dei tassisti

I «duri» minacciano il caos: «Non saremo più soldatini ubbidienti ma uomini di pace pronti alla guerra» I confederali: «C’è il rischio di rovinare una categoria: proviamo a dialogare»

Gianandrea Zagato

Chiamare l’8585 è tempo sprecato. La centrale radiotaxi è muta. Tutti fermi, anche di domenica continua infatti il blocco del servizio contro la liberalizzazione delle licenze. Protesta che i tassisti proseguono, con tanto di presidi a Linate e Malpensa. Picchetti che accolgono turisti disorientati e che, garantisce Raffaele Grassi, «non arrecano troppi danni perché manifestare è un nostro sacrosanto diritto soprattutto se, come poi avvenuto, le nostre richieste non sono state esaudite».
Opinione che il presidente del Satam, una delle confederazioni sindacali delle auto bianche, ripete ad uso e consumo dei cronisti, mentre alle sue spalle si replica un film già visto: mamme con passeggino e valigione che si trascinano lungo viale Forlanini, signori in giacca e cravatta che trolley in mano supplicano uno strappo verso il centro e tassisti impegnati a risolvere rebus enigmistici o leggere il giornale nell’abitacolo dell’auto col condizionatore sparato a manetta. Come dire: scene di ordinario disagio a Linate come a Malpensa e in stazione Centrale, dove la città è costretta ad arrangiarsi.
Quadretto che stamani potrebbe essere modificato con una marcia dei taxi sulla Prefettura e «auto lumache» lungo le tangenziali ovvero, in una parola, il caos. Spettro della «grande rivolta» che assicura Alfonso Faccioli, leader del Cat (coordinamento autonomi tassisti), scoppia «non appena si interrompe il dialogo con il ministro Pierluigi Bersani e le condizioni, be’ ci sono tutte». Preannuncio di un lunedì caldo se il ministro allo Sviluppo non cede, se non accetta il diktat imposto dai taxi driver: «Migliorare il servizio senza aumentare le licenze, modificare i turni per lasciare più auto in strada nei momenti di necessità e più libertà per sostituire gli autisti». Alternative al decreto Bersani che costano salato ai cittadini, «questa vicenda non finisce oggi, ma parte oggi da Milano, dove non vogliamo più essere presi in giro da questo Governo e dove, finora, siamo stati dei gentlemen». Avvertimento che, stamani, i tassisti «autoconvocati» in quel di Linate non saranno «più soldatini ubbidenti ma uomini di pace pronti alla guerra».
Minaccia che il confederale Grassi preferisce non commentare, «bisogna limitare i danni rispetto a un’ipotesi di rovina totale della categoria» dice in un’assemblea con i tassisti della stazione Centrale. Traduzione: bisogna trattare al meglio con il governo Prodi sapendo che poi, comunque vada la trattativa nazionale, ci saranno tavoli locali per l’assegnazione delle nuove licenze. E l’amministrazione guidata da Letizia Moratti è pronta a intervenire, come ricorda Riccardo De Corato: «A Milano hanno già ottenuto quello che ora reclamano a Roma, al tavolo nazionale». Memoria di un «approccio corretto al problema» come commenta il prefetto Gian Valerio Lombardi. Certezza che la norma sarà «adattata alle necessità di Milano», dove il Comune ha l’ultima parola sulle nuove licenze. Ma questo, sia Faccioli sia Grassi, preferiscono non ricordarlo. Almeno, per ora.