Aerosmith, trent’anni sul tetto del rock «Cantavamo i vizi, ora ci godiamo la virtù»

Paolo Giordano

Così, testuale: «Mi sono preso il lusso di condire il mio rock». Va bene i convenevoli di un’intervista transatlantica, va bene lo snobismo upper class obbligatorio da quando Paul Newman vende cornflakes e Newsweek ne parla più dei suoi film, però quant’è chic una rockstar che appena inizia a parlare, ma appena appena, non srotola subito le sue ovvietà sul nuovo disco ma si esalta neanche fosse uno chef parlando della sua «Joe Perry’s boneyard brew», la hot sauce, la salsa di tabasco e ketchup che è finita pure sulla copertina di Fiery foods, ossia la bibbia dei gourmand. Intanto Joe Perry è il chitarrista degli Aerosmith, che sono i rockettari più celebrati d’America e probabilmente anche i più ricchi nonostante le spese pazze: «Con quello che ho speso di cocaina, avrei risanato il bilancio della Colombia» aveva gioiosamente riassunto il cantante Steven Tyler.
Non andarono a cena da Richard Nixon solo perché scoppiò il Watergate e loro erano appena famosi, ma da Gerry Ford in avanti hanno pranzato con tutti alla Casa Bianca e guardate che la loro era pur sempre una dieta da parental advisory, era insomma vietata ai minori o meglio vietata e basta. «Io e Steven Tyler eravamo i Toxic Twins, i gemelli tossici, un disastro tale che a un certo punto l’elenco dei nostri ricoveri in ospedale è diventato più lungo di quello dei concerti» dice oggi Joe Perry, che è il cinquantacinquenne con i pettorali più orgogliosi che ci siano e ha appena pubblicato con Sony Bmg un ciddì omonimo che vale la sua storia. C’è Shakin’ my cage «che ho composto dopo aver visto una partita di football a Washington»; ci sono le cover di Crystal ship dei Doors e Vigilante man di Woody Guthrie «perché senza di loro, senza la malinconia dei Doors o la voglia di girare e guardare di Woody io sarei rimasto quello che ero, un gelataio di Sunapee nel New Haven»; e c’è pure Ten years scritta per i dieci anni di matrimonio con Billie «ma solo lei mi ha convinto a registrarla, anzi mi ha pure fatto capire che so cantare». È un mancino che suona la chitarra da destro, perciò sa accostare gli opposti ed è un divo senza divismo, nei suoi accordi c’è l’essenzialità del blues, la selvaggeria del rock e il fumo opaco dei night club: «In trent’anni, perché la nostra è una fama lunga trent’anni, siamo saliti fino in cima, siamo entrati dappertutto e spesso siamo usciti in barella». Però ce l’ha fatta, alla fine, ed è cresciuto con il pubblico perché trovatelo voi un altro gruppo rock che piace ai papà senza che i figli si lamentino.
Prima e dopo le sue nozze, gli Aerosmith di Joe Perry hanno venduto centoventi milioni di dischi «ma è molto più esaltante incontrare gente che si è fidanzata ascoltando le nostre Dream on o Sweet emotion o Livin’ on the edge piuttosto che cantare in tv nell’intervallo del Superbowl davanti a cento milioni di persone». Se vogliamo, questo gruppo è il riassunto del rock americano, sguaiato e festaiolo eppure casalingo, suonato senz’enfasi virtuosistiche e perciò inimitabile, con il cantante pazzo e sensuale, i ritmi che fanno alzare il piede, i testi che sono le parole dette in un lounge, volgari o no ma vere.
L’America del venerdì sera sono loro, gli Aerosmith di Boston, quelli che Little Richard definisce «marci e pieni d’anima» e che, quando si muovono, ci sono almeno cinquantamila persone sotto il palco, a saltare nella palestra rock, a ripetere «Ragdoll, livin in a movie» sentendosi proprio davanti a una «bambola di pezza che vive in un film» perché Steven Tyler è vestito d’impossibili colori e dinoccolato come un pupazzo anche oggi che è sopra i cinquantasette. «Quando lo vedo sul palco, mi chiedo se è proprio quello che conosco io. Non l’ho sopportato per così tanto tempo, abbiamo così tanto litigato che ora proprio lo amo. Gli ho anche fatto ascoltare il mio album, era così entusiasta e io naturalmente non gli ho creduto: una volta per scommessa ha girato nudo in un aeroporto, è capace di tutto. Insieme abbiamo avuto la vita peggiore, ora ci godiamo le famiglie e sappiamo dove vogliamo andare: volevamo il blues e abbiamo registrato Honkin’ on bobo, volevamo non volere e ci siamo presi un anno di vacanza. Ora esce un dvd live e noi torneremo in tournèe a novembre, forse saremo da voi in primavera» e lo spiega così, Joe Perry, sul divano della sua casa di Boston in un pomeriggio di luglio, dopo aver passato trent’anni a condire il rock senza sapere, come dice scherzando, «che la salsa giusta la scopri sempre dopo».