AFELTRA L’uomo che faceva i giornali

Quella volta che bacchettò Montanelli in «silenzio stampa» a Budapest. E una sera rimase in mutande davanti a tutti...

Devo commemorare Gaetano Afeltra, l’amico fraterno che se n’è andato novantenne, e insieme al grande dolore avverto un certo imbarazzo. Perché mi sembra che di lassù Gaetano mi guardi, con il suo furbo candore - mai perduto - di ragazzo amalfitano, e mi dica: «Ricordi Mario cosa ti dicevo di Indro?». Afeltra mi aveva un giorno tenuto lezione sulle caratteristiche dei necrologi di Montanelli. Che avevano il difetto d’essere scritti come se il morto fosse ancora vivo. Ne illustravano le qualità ma anche i difetti, e i piccoli vizi e vezzi che per un ritrattista come il grande Indro erano una manna. Capitava così che le famiglie di colleghi per i quali Montanelli aveva straordinaria amicizia e anche ammirazione - voglio ricordare Michele Mottola che del Corriere fu l’insuperato regista, e che ebbe in Afeltra un collaboratore inimitabile - rimanessero costernate leggendo il necrologio. «Un giorno - mi confidò Afeltra - io glie l’ho detto chiaro e tondo a Montanelli: Indro, tu non sei da necrologio, tu sei da trigesimo». Volendo intendere che, passato un congruo lasso di tempo, quelle notazioni che nell’immediatezza della scomparsa potevano apparire dissacranti e inopportune, diventavano accettabili.
Eccomi adesso nella tristissima condizione di ripercorrere nel breve spazio di un articolo la parabola umana e professionale di Gaetano, e di dover decidere: necrologio o trigesimo? Ma poi, ripensandoci, non c’è bisogno di decidere nulla perché Gaetano seppe di essere - e volle essere - un personaggio tra i più interessanti e divertenti che Milano abbia conosciuto. Il macchiettismo di Afeltra - che non era mai volgare e non era mai sciocco - appartiene in pieno alla sua biografia: insieme alla parodia, che in tanti facevamo, della sua pronuncia che trasformava Indro in Indre e Mario in Marie.
Amava Amalfi - dov’era nato l’11 marzo 1915, uno dei nove figli del segretario comunale - e amava Milano. Dove arrivò alla fine del 1942 e dove riuscì ad entrare in quel santuario della borghesia illuminata lombarda che era, nonostante il fascismo, il Corriere della Sera. Lì visse i giorni tumultuosi della Liberazione, con il passaggio della gestione del più importante quotidiano italiano a esponenti dell’antifascismo che sapevano molto di ideologia e pochissimo di giornalismo (a quelle vicende Afeltra ha dedicato un libro). Aveva, e non la perse mai, la vocazione di chi sa districare le situazioni di emergenza, e districarvisi. Eminenza grigia, in anni successivi, di direttori come Guglielmo Emanuel e Mario Missiroli, capace d’ascoltarli con pazienza e d’accompagnarli - specialmente Missiroli - in passeggiate notturne. Era e rimase sempre una fucina di idee, sapeva condensare in tratti fulminei - alla Longanesi - l’essenza d’una qualsiasi persona.
Suggeriva, dirigeva. Per quanto so ebbe lui l’idea della Storia di Roma - pubblicata a puntate sulla Domenica del Corriere - da cui venne poi la Storia d’Italia montanelliana. Forse ebbe lui anche l’idea degli «Incontri». Gli venne affidato il Corriere d’Informazione, che era la versione pomeridiana del Corrierone. E lui ne fece non il vassallo ma il rivale ruggente del fratello maggiore. Seppe fare dell’Informazione un foglio sensazionale, dai titoli ad effetto, si assicurò collaborazioni importanti. La sua creatura era bellissima ma spesso e volentieri perdeva i treni per ritardi in tipografia.
Fui anch’io svegliato in piena notte dall’insonne Afeltra che voleva utilizzarmi per qualche servizio rifiutato dagli articolisti senatori, e per il Corriere d’Informazione seguii a Venezia - tra il 1956 e il 1957 - il processo Montesi, cui venivano dedicate anche pagine di resoconto stenografico. Lavorare con Afeltra era entusiasmante e disperante, dava indicazioni nel suo gergo cifrato. Per la rottura tra Margaret d’Inghilterra e il colonnello Townsend questo fu il suo viatico. «Tu fae, tu mette, Margarèt, Townsend, tutte cose». E si partiva. Fu anche direttore del Giorno, stimato e onorato, ma ho l’impressione che si sentisse sempre esule, il suo cuore era rimasto in via Solferino. E infatti a quel porto riapprodò dopo i soggiorni in partibus infidelium.
Suggeriva, dirigeva, l’ho già accennato. Ma niente articoli, e libri manco pensarci. Gaetano aveva subìto un trauma procuratogli, con le migliori intenzioni, da Indro Montanelli: che lo adorava e andava in estasi per le sue trovate, ma gli aveva assegnato il ruolo fisso di ispiratore delle penne altrui. «Lo scrivere non è per te» gli aveva intimato con la schiettezza severa che anche con gli amici praticava. E Afeltra non osava. Finché, sottrattosi al tabù, prese a sfornare pezzi e volumi - scritti o dettati non fa differenza - e fu quasi un’alluvione di ricordi gustosissimi: nei quali le nostalgie per la sua Amalfi - dove a lungo ebbe come corrispondente un Gambardella che non ho mai conosciuto ma che per noi colleghi era mitico - e penetranti abbozzi della sua Milano.
Vidi in lui, ancora in occasioni abbastanza recenti, un prodigio di vitalità. Invitato a prendere la parola esordiva sottovoce, ma poi erano esplosioni di aneddoti e di schizzi fulminanti. Lo ritenevo immortale. Purtroppo non lo era, non lo è nessuno. Ho assistito con malinconia al declino imposto dall’età, e accelerato dalla morte improvvisa e prematura della moglie. Non so, Gaetano caro, se queste mie righe siano da necrologio o da trigesimo, ma hai sempre avuto un occhio di riguardo per me quando lavoravamo insieme, abbilo anche adesso, di lassù dove sei.