Da Afeltra a Montanelli, la città dei grandi giornalisti

Valentina Fontana

Per mezzo secolo hanno raccontato, commentato, criticato vizi e virtù ambrosiane. Con orgoglio si sono sentiti interpreti di una Milano che hanno insieme amato, odiato, vissuto fino all'ultimo respiro. Li abbiamo letti, ci siamo ritrovati nei loro articoli, individualmente o come parte di un tutto contraddittorio, come cittadini di una Milano che hanno sempre saputo guardare, ascoltare e tinteggiare nelle sue tradizioni, trasformazioni, pregi e difetti. Tra le righe dei pezzi di Gaetano Afeltra, Camilla Cederna, Indro Montanelli, Emilio Tadini e Guido Vergani si sente ancora pulsare la passione e il loro amore per la città. Occhi e penne diverse del grande giornalismo meneghino, ma che hanno sempre amato la città anche quando l'hanno criticata, strapazzata.
Per questo sentimento che ha unito queste grandi firme, e che forse continua a unire nel profondo i milanesi, Andrée Ruth Shammah offre gesti affettuosi, ricordi, pensieri per Milano, una serata - domani al Tendone Citylife di Fieramilanocity, piazza IV Febbraio - per ascoltare la città attraverso le parole dei più sensibili cronisti della vita cittadina.
«Non si tratta di uno spettacolo - dice la Shammah -. Il cuore di Milano è un omaggio a chi ha avuto e ha a cuore Milano, proprio alla vigilia di Sant'Ambrogio. Un gruppo di giovani attori diretti da Benedetta Frigerio e Lorenzo Vitalone si fanno portavoci delle parole di Afeltra, Cederna, Montanelli, Tadini e Vergani, raccontando fuor di retorica il loro amore per la città, con i suoi difetti e le sue contraddizioni».
E proprio in questa contraddizione, in questo atteggiamento di amore e odio verso la città, entra e si sofferma il progetto della Shammah. «Milano che si interroga, sperimenta, si apre al nuovo, a popoli e lingue diverse - continua la Signora del Parenti -, Milano che sbaglia, Milano odiata e amata nello stesso istante, dalla stessa persona. La città chiama i suoi cittadini a guardarle dentro, per indirizzare desideri e intelligenze del presente e del futuro. I pezzi di queste grandi firme ci raccontano come Milano sia stata sempre capace di superare i suoi difetti, i suoi lati negativi, come se la continua contraddizione fra amore e odio ne faccia la sua grandezza».
Ecco allora sulla scena un coro di giovani attori cantare, gridare o forse bisbigliare «io amo Milano, io odio Milano, Milano mi fa soffrire, Milano mi fa godere», come un eco alla voce del vecchio, grande direttore Montanelli che confessa: «Quello che sono diventato lo devo a Milano». Ecco ancora Montanelli rimproverare la Cederna perché «la rivoluzione non si fa con i salotti», ecco il premio Bagutta e altri episodi esemplari della storia meneghina.
Ecco come si diventa grandi a Milano.