Gli affari del terrorismo ecologico

Ha recentemente destato una certa attenzione il libro di Michael Crichton «Stato di paura», che contesta sostanzialmente le tesi catastrofiche degli ambientalisti. La tesi di Crichton è che i poteri forti al governo hanno bisogno, per esercitare con sicurezza il loro potere, di instillare nei sudditi uno «stato di paura» che «sterilizzi» la capacità di pensare e di creare quindi grattacapi ai governanti.
Crichton circoscrive la sua analisi a tempi assolutamente moderni e localizza nella caduta del muro di Berlino (1989) l’inizio del moderno «stato di paura». Con la caduta del muro, la paura reciproca e paralizzante del blocco occidentale e orientale era venuta a cadere e, con essa, la fine della minaccia nucleare e la gente tornava libera di pensare. Fu allora che i poteri forti negli Usa avvertirono il «vuoto di paura» che si andava creando e lanciarono nella mischia il missile dell’ambientalismo terroristico.
A dire il vero, le basi dell’ambientalismo terroristico furono gettate prima della caduta del muro di Berlino, con la fondamentale pubblicazione nel 1972 della raccolta di fandonie sponsorizzate dal Club di Roma sotto il titolo «I limiti dello sviluppo». Tra le perle di questa pubblicazione tradotta in venti lingue e «madre di tutti i terrorismi», vanno ricordate le seguenti: l’oro sarebbe finito entro il 1981, lo zinco entro il 1990, il petrolio entro il 1992, il piombo, il rame ed il metano sarebbero finiti entro il 1993.
Al gioiello del Club di Roma seguì nel 1980 la gemma del presidente americano Carter, sponsor di un rapporto che preannunciava come entro il 2000 il mondo sarebbe precipitato nella carestia, avrebbe assistito all’esaurimento delle risorse naturali e all’esplosione delle nascite.
«Cui prodest?» il terrorismo ecologico? Negli Usa sono centocinquanta le organizzazioni ambientalistiche (alimentate da sponsor generosi) che hanno denunciato nel 2002 un reddito di oltre 5 milioni di dollari con punte fino a 900 milioni di dollari, con patrimoni che possono andare oltre i 3 miliardi di dollari.
La numerosità degli spunti terroristici sfornati dalle centrali ecologistiche, di volta in volta cavalcati e poi abbandonati per noia o palese futilità, è talmente rilevante, a parte qualche eccezione fondata, da rasentare il ridicolo: biodiversità a rischio, buco nell'ozono, clonazione, contaminazione falde acquifere, deglaciazione, desertificazione, dissesto idrogeologico, distruzione ecosistemi, effetto serra, el Niño, erosione delle coste, farine animali, fumo passivo, innalzamento dei mari, inquinamento elettromagnetico, surriscaldamento del globo, virus polli, cementificazione, deforestazione, etc.
In conclusione un ammasso di punti eterogenei di cui ben pochi scientificamente fondati e quindi degni di attenzione e molti semplicemente legati all’emozione del momento o alla fisiologica e millenaria evoluzione del globo terrestre e ai relativi assestamenti. In tema di cementificazione, per esempio, va rilevato che essa coinvolge soltanto lo 0.35 per cento della superficie del pianeta. Per quanto riguarda poi la deforestazione va ricordato che la stessa è bilanciata da un’operazione opposta, la riforestazione, sempre dolosamente ignorata dagli ecologisti.
Consideriamo un ultimo elemento di colore: le targhe sempre più sbiadite e anacronistiche dei «Comuni denuclearizzati». Rappresentano oggi soltanto un’immagine malinconica: quella del declino dell’industria italiana strangolata dall’alto prezzo dell’energia (spesso di origine nucleare) acquistata all’estero e di cui a suo tempo fu cancellata frettolosamente e surrettiziamente la produzione nazionale con la distruzione della relativa cultura tecnica.