Le affidano uno psicopatico lei lo assiste, lui l’ammazza

Una ragazza di 26 anni che lavorava in una casa di cura per malati psichiatrici viene massacrata dal paziente che alle spalle aveva un omicidio e due tentati omicidi

Nadia Muratore

da Belvedere Langhe (Cuneo)

Con una violenza inaudita, colpendola ripetutamente alla testa con una grossa pietra, Simone Giorgieri ha ucciso la ragazza che lui stesso definiva il suo angelo custode. La vittima di tanta barbarie è Manuela Schellino: 26 anni, alla sua prima esperienza lavorativa come educatrice in una casa di cura per malati mentali. È morta così, tradita da quel ragazzo che lei cercava di aiutare e che, forse, l’ha uccisa perché non è riuscito ad abusare di lei. Lui ha 33 anni, trascorre la sua vita passando da un carcere a una casa di cura senza soluzione di continuità. Non ha un lavoro, Simone Giorgieri, ma una fedina penale che sembra non finire mai. La prima volta che viene condannato per omicidio ha meno di 17 anni: per gioco ha dato fuoco a un amico che dormiva. Era il 1989. Nel ’91 e nel ’97 è stato condannato per due tentati omicidi.
Lei si chiama Manuela Schellino, ha i capelli lunghi e ricci, un sorriso dolce. Lui è di Massa, lei di Dogliani, un piccolo comune nelle Langhe. Mai e poi mai si sarebbero incontrati se il destino, crudele, non avesse messo lo zampino. Due mesi fa Manuela trova lavoro in una casa di cura per malattie mentali a Belvedere Langhe. «Finalmente - aveva detto entusiasta agli amici. Per me inizia una nuova vita». Povera Manu, non sapeva che quello era l’inizio della fine. Dopo tre giorni arriva Simone, appena uscito dal carcere di Massa. La giovane educatrice diventa l’angelo custode dell’uomo, tra i due sembra esserci sintonia. Fino a ieri, quando Simone, con un altro paziente della comunità «Casa Margherita», le chiede di fare una passeggiata. Poi succede qualcosa, l’equilibrio dell’uomo, già fragile, sembra spezzarsi del tutto. Manuela viene aggredita, il compagno di Simone scappa. Giorgieri invece continua a colpire il suo «angelo custode» con una grossa pietra raccolta a terra: un colpo, un altro e un altro ancora. Quando la ragazza non dà più segni di vita la prende per la camicia, la trascina lungo la strada di campagna, la getta in un campo, ad almeno venti metri dal luogo in cui si è consumato il delitto.
Per alcune ore Simone cammina senza meta per il paese, poi si avvia verso Dogliani, alla più vicina stazione dei carabinieri. Suona il campanello, chiede del maresciallo e in pochi minuti confessa ciò che ha fatto, e sarà proprio lui ad indicare agli inquirenti dove si trova il corpo di Manuela. Tace invece sul motivo che lo ha spinto a un simile gesto: «Non so, io le volevo bene». Simone Giorgieri era consapevole di avere dei problemi che potevano indurlo a commettere atti violenti, infatti era lui stesso a dire: «Sono malato, ho la mente disturbata». A qualcuno avrebbe aggiunto: «A volte sento dentro di me una forza che mi spinge a fare del male».
Belvedere, uno dei paesi più alti della Langa, conta meno di quattrocento anime e la comunità «Casa Margherita», che si trova accanto ad un centro buddhista, è stato aperto 22 anni fa. «Non è mai successo nulla - ha spiegato il sindaco Gualtiero Revello -. Tutto il paese è sconvolto ed è vicino al dolore della famiglia Schellino». Nel bar di Belvedere non si parla che della povera Manuela. «Non la conoscevo bene - spiega un’anziana che abita nella casa a fianco del centro -, era qui da pochi mesi. La ricordo sempre sorridente, paziente nei confronti degli ospiti della comunità».
Accanto al ricordo della giovane di Dogliani, si alza anche il malcontento per la presenza di quella struttura e di quelle persone così particolari. «Passeggiano per il paese, spesso accompagnate solo da giovani educatori - spiega Maria Rosa Bersanetti - e anche se non ci sono mai stati comportamenti violenti, un po’ di timore c’è sempre». Le indagini dei carabinieri non tralasciano alcuna pista. Loro il compito di scoprire che cosa sia veramente accaduto in quella manciata di minuti in cui Simone e Manuela sono rimasti soli. Il corpo della ragazza è stato portato all’ospedale di Mondovì, dove lunedì sarà eseguita l’autopsia. La mamma Silvia Cappa e il fratello Luca, 18 anni appena, non hanno più lacrime. Muti guardano la porta bianca dietro la quale c’è Manuela. «Era contenta di aver trovato questo lavoro - sussurravano a bassa voce gli amici -. Da quando un anno fa il padre era morto di sclerosi multipla, Manuela si era addossata la responsabilità della sua famiglia, voleva veder crescere quel fratello così giovane». Non ne ha avuto il tempo Manuela, morta in una pozza di sangue lungo un romantico sentiero dell’Alta Langa.