«Affidare a una donna la moschea di Milano? All'islam farebbe bene»

Docente ed esperto del mondo musulmano «Una candidata, fuori da certe obbedienze, aiuterebbe a cambiare tutta questa storia»

Una moschea aperta a tutti e non politicizzata. L'ha chiesta Maryan Ismail, musulmana e dirigente del Pd, criticando l'esito del bando comunale per i luoghi di culto e l'esclusione dell'islam più laico e moderato. Le sue parole hanno provocato fibrillazioni a Palazzo e nel Pd e ieri sul «Giornale» abbiamo avanzato una proposta: una moschea guidata da una donna. Una donna come la Ismail sarebbe una scelta simbolica forte. Non è una provocazione e non la considera tale Paolo Branca, fra i massimi esperti di islam, docente alla Cattolica.

Professore, come ha visto questa vicenda, le parole della Ismail e le reazioni?

«La realtà islamica milanese è molto composita: 100mila musulmani nell'area metropolitana, non tutti in gruppi organizzati. Ci sono persone che fanno parte delle istituzioni e credo che dovrebbero essere ascoltati. Purtroppo non sempre le cose vanno al meglio. Con interventi di sanatoria, cercando soluzioni a questioni aperte, si finisce per fare quel che si può».

Si riferisce al bando del Comune?

«Ha cominciato l'allora vicesindaco Guida a fare un percorso prudente, graduale, per far emergere le situazioni irregolari e regolarizzarle. Dopo, le cose hanno preso un'altra piega, anche sotto la spinta di Expo. Risolvere casi come viale Jenner, capisco, ha condotto a privilegiare interlocutori che potevano non essere i migliori o i più rappresentativi. Io, consulente del Comune, non ho mai visto i progetti. Ci sono tanti punti nel bando, la trasparenza dei finanziamenti, i rapporti col quartiere, dovevano essere documentati. Non so cosa abbiano dichiarato».

Ha avuto troppo peso l'elemento economico nei progetti dei vari centri?

«La maggioranza dei musulmani in Italia sono marocchini, circa la metà. E a Milano non hanno voce in capitolo. Qui hanno prevalso italiani convertiti, siriani (spesso medici, ingegneri, ma una comunità più ristretta fino all'emergenza profughi). Marocchini e senegalesi, forse perché africani, sono poco considerati. Questo modo di impostare le cose non mi pare il migliore. Avremmo dovuto far emergere tutte le realtà. E dovremmo favorire un islam italiano, che non sia solo cinghia di trasmissione di questioni dei Paesi d'origine».

Secondo la Ismail c'è stata una scelta precisa degli interlocutori, oggi egemoni.

«Ha ragione Maryan. Nel corso di questi anni sono stati scelti gli interlocutori, che rappresentano una fetta notevole dell'islam, ma anche dal mio punto di vista di poteva fare di meglio per non cadere nella trappola della voce più grossa o che sa usare meglio i media e gli agganci. Anche perché ci sono delle dinastie, gli stessi cognomi li ritroviamo da 30 anni».

La proposta di un «board» con tutti per gestire la moschea la trova d'accordo?

«Gli inviti a coordinarsi e presentarsi con un volto unitario ci sono stati, ma non possiamo illuderci. La realtà vede gruppi diversi se non antagonisti. Le buone intenzioni valgono poco. Come democrazia richiede, si dovrebbe avere meccanismi di premialità per chi si comporta meglio, una specie di discriminazione positiva, cosa che non è a avvenuta anche perché non ci sono competenze. Io non pretendo che un amministratore sappia tutto. Ci voleva un raccordo con esperti e servizi di sicurezza per esempio».

La proposta di una donna alla guida della moschea la convince?

«Le comunità religiose hanno diritto di nominare le persone che preferiscono. Se sono intelligenti dovrebbero capire che una candidatura femminile, magari fuori da certe logiche di gruppo e appartenenza od obbedienza ideologica, poteva fare bene. Purtroppo questo non avviene, per i musulmani ma anche per altre comunità o istituzioni. La strada è ancora lunga. Certe candidature simboliche potrebbero avere il loro effetto. Maryan ma anche altre giovani, di seconda generazione, magari non velate ma credenti e praticanti. Fare rete con persone fuori dal giro ristretto potrebbe aiutare a cambiare la percezione del fenomeno presso l'opinione pubblica».